Terzo Settore e questione meridionale

Presentazione

La “questione meridionale” è un tema che attraversa la storia culturale e politica italiana da oltre un secolo. Da Giustino Fortunato a Gaetano Salvemini, da Antonio Gramsci a Luigi Sturzo fino a Manlio Rossi Doria, generazioni di studiosi e intellettuali hanno dedicato a questo nodo le loro energie migliori, ciascuno con strumenti e sensibilità diverse, ma tutti mossi dalla stessa convinzione di fondo: che il divario tra il Mezzogiorno e il resto del Paese non fosse una fatalità geografica, ma una questione politica, economica e civile da affrontare con rigore e continuità.

Eppure, a guardare il dibattito pubblico degli ultimi decenni, quella convinzione sembra essersi smarrita. La questione meridionale è scivolata ai margini dell’agenda politica nazionale, considerata superata da chi non la conosce abbastanza, o semplicemente scomoda da chi preferisce non affrontarla. Nel frattempo, i problemi sono rimasti. Anzi, in molti casi si sono trasformati e approfonditi, assumendo forme nuove che si sovrappongono a quelle antiche: l’emigrazione giovanile che non si arresta, il progressivo svuotamento dei territori interni, la fragilità cronica dei servizi pubblici, una povertà che non accenna a diminuire e che, anzi, negli ultimi anni ha ulteriormente allargato la sua presa.

Negli ultimi anni, peraltro, il volontariato e il terzo settore nel Mezzogiorno hanno attraversato una fase di crescita significativa, sia in termini numerici che di qualità dell’azione. Non è una crescita priva di ombre, e sarebbe sbagliato idealizzarla. Ma è un segnale che qualcosa si muove, che la società civile meridionale non si è rassegnata, che esistono energie disponibili a costruire qualcosa di diverso — a patto di saperle riconoscere, valorizzare e mettere in rete con le istituzioni e con le politiche pubbliche.

È in questo contesto che il CSV “Aurora”  ha sentito la necessità di fare un passo in avanti, scegliendo di mettere a tema, con serietà e metodo, un confronto sulla questione meridionale.

Una scelta che, per un Centro di Servizio per il Volontariato radicato nel territorio calabrese, non è affatto scontata — ma che risulta del tutto coerente con la missione di chi opera quotidianamente in un Sud che esprime bisogni reali e urgenti. Il volontariato e il terzo settore meridionale non fluttuano al di sopra delle contraddizioni del territorio: ne sono immersi, le conoscono dall’interno, e proprio per questo sono spesso i primi a intercettare ciò che non funziona e a cercare risposte concrete.

In collaborazione con il Cesiav, il CSV “Aurora” ha promosso un ciclo di sei incontri dedicati al rapporto tra questione meridionale, sviluppo socio-economico e ruolo del terzo settore, chiamando a raccolta storici, economisti, sociologi, docenti universitari e operatori del settore. Il risultato è un confronto articolato, capace di affrontare il tema senza retorica e senza rassegnazione, aggiornandone la lettura con strumenti adeguati al presente. Non ci si è limitati alle grandi categorie interpretative: si è parlato anche di storia locale, delle lotte per la terra nel Crotonese e in Calabria, della riforma agraria nel primo e secondo dopoguerra — tappe che hanno segnato in profondità questo territorio e che ancora oggi ne spiegano molte delle caratteristiche e delle contraddizioni.

I saggi raccolti in questo volume nascono da quegli incontri. Non hanno la pretesa di essere esaustivi, né di offrire soluzioni preconfezionate. Si propongono, più modestamente ma non meno utilmente, di restituire al tema la complessità che merita, di offrire a chi lavora nel e per il Sud — nelle istituzioni, nel terzo settore, nel mondo della ricerca e della scuola — alcune chiavi interpretative con cui orientarsi.

Parlare ancora di questione meridionale, oggi, non è un esercizio nostalgico. È, al contrario, un atto di lucidità e anche di responsabilità.

Il progetto ADAPT e la scommessa sul Terzo Settore

Alla fine degli anni Novanta, chi si occupava di volontariato e associazionismo in Italia si trovava di fronte a una trasformazione silenziosa ma profonda. In un momento in cui le grandi organizzazioni tradizionali — partiti, sindacati, corpi intermedi di ogni tipo — attraversavano una fase di contrazione e di crisi di senso, il terzo settore andava invece nella direzione opposta: cresceva, si moltiplicava, si ramificava nei territori. Era uno dei pochi segnali chiari in un quadro sociale altrimenti incerto.

Ma crescere non significa automaticamente sapere dove si va. E fu proprio questa consapevolezza — che l’espansione del volontariato e dell’associazionismo portava con sé domande ancora senza risposta — a dare origine al progetto ADAPT per la “Riqualificazione professionale per lo sviluppo del Terzo Settore”, sostenuto dall’Unione Europea, dal Mistero del Lavoro e approvato dalla regione Toscana e che ha avuto luogo tra settembre 1998 e maggio 2000.

Le domande erano concrete, e per certi versi scomode. Qual è il ruolo del terzo settore in una società che sta ridisegnando il confine tra pubblico e privato? Il volontariato è un erogatore di servizi, un sostituto funzionale dello stato sociale in crisi, oppure è qualcosa di più difficile da definire e da misurare — una forma di cittadinanza attiva, un presidio di democrazia, un modo di stare insieme che produce valore civile prima ancora che economico? E ancora: chi beneficia del lavoro delle associazioni è un utente da servire o una persona da coinvolgere, da responsabilizzare, da rendere protagonista?

Non erano domande retoriche. Erano — e in parte restano — i nodi irrisolti attorno a cui ruota ancora oggi buona parte del dibattito sul terzo settore.

Il progetto nacque con l’ambizione di affrontarli sul serio. E la prima scelta significativa riguardò proprio chi avrebbe dovuto farlo. Non studenti, non neolaureati da formare da zero, ma persone già dentro il mondo associativo: dirigenti, operatori, dipendenti e collaboratori di alcune tra le realtà più radicate del volontariato toscano — ANPAS, ARCI, AUSER, AVIS. Persone che nel corso della loro attività avevano accumulato saperi preziosi, sviluppato intuizioni, maturato ipotesi di lavoro. Ma che raramente avevano avuto il tempo, e gli strumenti, per elaborare tutto questo con metodo, per trasformarlo in progettualità consapevole.

Il corso non si rivolgeva a loro per riempirli di nozioni: si rivolgeva a loro perché erano già una risorsa, e occorreva semplicemente — si fa per dire — portare quella risorsa a un livello superiore di consapevolezza e di efficacia.

Da questa premessa discendeva una scelta metodologica precisa. Il percorso formativo fu concepito non come una successione di lezioni frontali, ma come un processo di ricerca condivisa, in cui docenti, tutor e partecipanti lavoravano insieme — analizzando il contesto, mettendo alla prova le competenze acquisite, confrontandosi su esperienze concrete, elaborando proposte di intervento reali. La struttura del corso — articolata in cinque moduli nell’arco di due anni — rispecchiava questa logica: si partiva dall’analisi del contesto per arrivare, progressivamente, alla progettazione e all’avvio di interventi innovativi, passando per il rafforzamento delle competenze, la sperimentazione sul campo e l’esame di esperienze esemplari. Un impianto pensato non per trasferire sapere dall’alto verso il basso, ma per costruirlo insieme, partendo dall’esperienza di chi già operava nel settore e valorizzandola come punto di partenza irrinunciabile.

L’obiettivo finale, però, era qualcosa di più ambizioso della semplice crescita professionale individuale. Il progetto puntava a far emergere una figura nuova, allora ancora priva di un nome consolidato ma sempre più necessaria: quella dell’agente di sviluppo sociale. Una figura capace di:

compiere azioni di sensibilizzazione sul territorio sia all’interno delle associazioni, sia tra le associazioni e le istituzioni pubbliche locali;
ricercare, attraverso strumenti di analisi e di indagine appositamente predisposti, le pratiche possibili per l’attenuazione del disagio sociale, nell’ottica della solidarietà e dell’integrazione tra pubblico e privato sociale;
progettare e realizzare innovazioni nell’ambito dei servizi alla persona, della qualità dell’ambiente di vita, ottimizzando le risorse umane, strumentali e finanziarie, attraverso la progettazione d’area e la cooperazione in rete innanzitutto tra le quattro associazioni coinvolte, e tra queste, le istituzioni e le altre organizzazioni del Terzo settore.

Non un semplice erogatore di servizi, dunque, ma un promotore di comunità: qualcuno in grado di attivare processi, di connettere energie, di trasformare il volontariato da risposta emergenziale a motore stabile di sviluppo civile ed economico.

In questo quadro, lo sguardo verso l’esterno era inevitabile. Capire come altri paesi europei avevano affrontato le stesse trasformazioni significava allargare l’orizzonte, mettere a confronto modelli diversi, imparare da esperienze che in Italia erano ancora poco conosciute. Fu così che si decise di dedicare una parte della ricerca all’associazionismo francese: un contesto per molti versi differente dal nostro, ma che offriva — come si vedrà nelle pagine che seguono — spunti di riflessione ancora oggi di grande interesse.

Le reti associative di volontariato e l’economia socialeI coordinamenti di associazioni in Francia

Premessa

Nell’ambito del progetto ADAPT in corso, il Cesiav ha svolto un’indagine sui coordinamenti nazionali dell’associazionismo francese, ed in particolare quelli più grandi aderenti alla Conferenza Permanente dei Coordinamenti di Associazioni, il CPCA.

Il fenomeno dell’associazionismo francese ha assunto forme e dimensioni notevoli durante gli ultimi decenni. Nonostante il settore affondi le sue radici nelle più antiche istituzioni caritativo-assistenziali di matrice religiosa, nelle opere mutualistiche ed educative di natura laica, è soltanto agli inizi del XX secolo che lo Stato riconosce al fenomeno associativo il diritto di esistere ed operare, in seguito all’emanazione della legge 1° luglio 1901, la sola che regola le associazioni sociali sans but lucratif.

L’obiettivo della seguente riflessione è di mettere in evidenza le differenti forme di interazione intessute tra le associazioni francesi con i coordinamenti nazionali, la cittadinanza, lo Stato e il mercato a livello nazionale, con i connessi i fattori che ne hanno influenzato l’evoluzione storica contemporanea. La sintesi si propone dunque di approfondire alcune delle questioni cruciali che hanno accompagnato lo sviluppo del terzo settore in ambito francese, dal punto di vista dell’associazionismo volontario e dl mutualismo cooperativo, evidenziando le maggiori potenzialità e i caratteri peculiari. Riflettere sul mondo associativo francese, alla luce delle informazioni ricavate dalla ricerca sul campo realizzata nel corso del progetto ADAPT, significa porre in relazione proprio le differenze settoriali e le uguaglianze strutturali emerse dai risultati dall’analisi condotta.

Sembrerebbe che in Francia, come in Italia, l’interesse per il ruolo svolto del settore non profit come creatore di occupazione e sostenitore della lotta contro l’esclusione sia stato suscitato dalla pubblicazione di recenti studi sul peso socioeconomico delle strutture associative.

Anche la Francia è uno dei Paesi coinvolti nella ricerca internazionale della John Hopkins University di Baltimora, un fondamentale passo nella direzione di un rigoroso lavoro comparativo, i cui risultati aggregati sono contenuti in The emerging Non profit Sector. An Overview, pubblicato nel 1996, che trova il suo corrispondente a livello francese nel libro di Edith Archambault, Le secteur sans but lucratif, associations et fondations en France (1996). Da tale rilevazione si è riscontato un ampio settore formato da associazioni, fondazioni e da alcune forme di organizzazione particolari, che rivestono un’importanza cruciale nella produzione di beni e servizi di interesse collettivo. Secondo i parametri di definizione utilizzati dalla ricerca, in ambito francese il settore comprende le fondazioni, di tipo filantropico o gestionali di istituzioni, le associazioni, gli istituti sanitari e sociali gestiti da mutue, cooperative scolastiche e dell’alloggiamento, il turismo sociale risalente all’assegnazione dei congedi pagati, i comitati d’impresa con strutture di più di 50 salariati, che gestiscono attività socioculturali e i servizi sociali, le imprese intermediarie, che forniscono impieghi di inserimento per i giovani disoccupati, sovvenzionati dallo Stato.

Per comprendere l’evolversi delle organizzazioni in un contesto nazionale, occorre conoscere quelli che sono i fondamenti del corrispettivo sistema di protezione sociale e del loro modo di cooperare con le collettività. Come in altri contesti nazionali, in Francia si evidenzia la crescita di importanza attribuita alle associazioni nella vita sociale del Paese, la graduale espansione del fenomeno associativo accompagnata dalla loro implicazione all’interno delle attuali politiche pubbliche, anche se tendenzialmente i Francesi sono ritenuti un popolo poco incline ad affiliarsi e dedicarsi ad associazioni, per la massiccia presenza dello Stato nell’organizzazione e gestione dei servizi sociali.

1. Le componenti dell’economia sociale

Il multiforme universo aggregativo francese si ripartisce in tre tipi di organizzazioni principali: le cooperative, che svolgono attività commerciali, agricole, finanziarie, le società mutualistiche, che offrono coperture assicurative supplementari a quelle pubbliche, le associazioni.

Le associazioni.

Le associazioni rappresentano la componente più importante e consistente, la Legge 1901 propone l’unica forma di legittimazione giuridica.

In seguito all’emanazione della Legge del 1° luglio 1901, si è assegnata alle associazioni una compiuta forma giuridica di esistenza, quali organi intermedi tra i cittadini e lo Stato di natura contrattuale.

L’articolo 1 di tale legge fornisce, ancora oggi, una definizione valida di “association” quale “convention par laquelle deux ou plusieurs personnes mettent en commun d’une façon permanente leurs connaissances ou leurs activités dans un but autre que de partager des bénéfices”.

Tale legge definisce l’associazione dal punto di vista dell’impegno volontario e della non lucratività, premesse indispensabili per acquistare la personalità giuridica, distinguendo tre modalità di riconoscimento: l‘abilitazione ministeriale, di pubblica utilità e l’approvazione.

Association non declarée, priva di stato legale e impossibilitata a detenere un patrimonio sociale, a ricevere donazioni o lasciti, a stipulare contratti.
Association déclarée, che si registra in Prefettura, cui è consentito di possedere immobili e amministrare beni, utili alla realizzazione degli scopi della associazione stessa.
Associations reconnues d’utilité pubblique, con una capacità operativa più larga, possono ricevere legati e donazioni, purché perseguano un fine collettivo, dovendo sottostare ad un rigido controllo nei primi tre esercizi economici. Tali associazioni devono dimostrare la qualità dell’azione condotta, la fattibità del loro funzionamento, la solidità finanziaria.
Association administrative ou mixte, la cui base sociale può comprendere rappresentanti della pubblica amministrazione.
Association agrée, che svolge funzioni di interesse generale, compiendo atti di natura commerciale. Queste associazioni sono sottoposte a controlli ancora più stringenti, poiché la qualifica di “agrément”, permette di beneficiare di notevoli agevolazioni, come la possibilità di ricevere sovvenzioni dallo Stato e finanziamenti dalle collettività locali, di ottenere vantaggi fiscali o di esercitare azione civile di interesse collettivo con capacità giuridica, come nel caso delle associazioni di difesa dei consumatori o dell’ambiente.

Per quel che concerne l’organigramma interno, come si vedrà nelle pagine seguenti, usualmente i poteri si ripartiscono tra Assemblea Generale, che raggruppa tutti gli aderenti, col compito di prendere le decisioni più importanti e a decidere gli orientamenti, definire degli oggetti e missioni da realizzare, di eleggere tra i membri coloro che essa incarica per mettere in pratica le missioni, riunendosi una volta all’anno; il Consiglio di Amministrazione che è investito di tutti i poteri decisionali necessari per il buon andamento dell’associazione; il Bureau, il Presidente che ha poteri di rappresentanza, che firma i contratti di impegno per l’associazione, che anima l’associazione, coordina l’attività, assicura le relazioni pubbliche, redige un rapporto annuale per l’Assemblea, il direttore, responsabile del settore amministrativo, un segretario che tiene la corrispondenza e un tesoriere che ha la responsabilità di gestire il patrimonio finanziario.

Le cooperative.

Le cooperative sono probabilmente la parte più antica dell’economia sociale, se si considera l’esperienza dei tessitori Probi Pionieri di Rochdale, risalente al 1844 e quella della francese Association des Menuisiers del 1831. Uno statuto speciale ne regola l’operato del 1947, revisionato nel 1992, definendole come un insieme di persone che si raggruppano volontariamente al fine di raggiungere obiettivi comuni, costituendo un’impresa gestita democraticamente, partecipando a rischi e a benefici ricavati. Le cooperative possono essere di consumo, per l’alloggio agli svantaggiati, di produzione. Il principale organo di collegamento nazionale è lo GNC, in aggiunta al CNLAMCA, organo di concertazione e di rappresentanza creato nel 1970 per dare il giusto riconoscimento al movimento mutualistico. Le cooperative si sviluppano in maggioranza nel campo agricolo, essendosi specializzate nel mutuo soccorso dei coltivatori per rispondere ai bisogni di credito delle classi popolari.

Le mutue.

Per quel che riguarda le mutue, esse traggono origine delle confraternite medievali e dalla società di mutuo soccorso del XIX secolo. Nel 1902 si costituisce la Federazione nazionale della mutualità francese. Sottomesse al Codice della Mutualità del 1955, esse gestiscono certi sistemi speciali complementari di Sicurezza sociale (insegnanti, studenti, agricoltori), assicurando un’assistenza integrativa, come la Mutualità Sociale Agricola.

Le fondazioni

Le fondazioni sono rette da tre leggi recenti (1987, 1990) ma risultano le meno sviluppate.

Per ripercorrere l’itinerario storico tracciato dal terzo settore in Francia, si è partiti proprio dall’introduzione della pubblicazione Le secteur sans but lucratif, di Edith Archambault. La studiosa osserva come lo statalismo centralista abbia influenzato la storia sociale francese, accanto alla tradizione giacobina, che aveva osteggiato l’operato delle congregazioni religiose (sotto l’Ancième Regime), delle corporazioni (durante la Rivoluzione), del movimento operaio (nel XIX secolo). Bisogna attendere, infatti, il 1864 per il riconoscimento delle libertà di associazione, il 1884 per la libertà sindacale, il 1898 per la promulgazione di nuove leggi nel campo della mutualità e il tardivo 1901 per una risistemazione normativa dell’ambito associativo.

2. Cenni storici

Per analizzare la situazione francese è necessario risalire alla Rivoluzione. Fu proprio in quel periodo, più precisamente nel 1791, attraverso le Lois d’Allarde e l’Editto Le Chapelier, che il legislatore giunse a neutralizzare le attività delle organizzazioni senza scopo di lucro, sopprimendo corporazioni, le società benefiche e educative, le organizzazioni di lavoratori: la nazione doveva essere la sola associazione legittima. Si decretava, pertanto, che la sfera pubblica poteva assistere solo gli indigenti. In nome della difesa dell’interesse generale e della libertà del lavoro, veniva interdetto ad ogni cittadino di difendere gli interessi comuni della stessa professione. Il medioevo fu segnato sulla personalizzazione della carità, legata in particolare all’attività dei Domenicani e dei Francescani, dei Templari e altri ordini per l’educazione dei bambini poveri, fino alla Guerra dei Cento Anni, che mise in crisi la funzione caritatevole delle autorità ecclesiastiche.

Soltanto con il graduale disimpegno assistenziale da parte della Chiesa, lo Stato cominciò ad ampliare i suoi poteri di intervento, costruendo degli istituti specifici di accoglienza, gestiti ancora da ordini monastici. L’influenza delle Chiesa tornò a potenziarsi durante l’epoca della Controriforma, passando attraverso il predominio dei Gesuiti, ma soprattutto per opera di figure emblematiche, come Saint Vincent de Paul, che creò l’Ospedale per l’infanzia abbandonata, riconosciuto oggi di pubblica utilità. Durante l’Illuminismo, si rivendicò una totale responsabilità sociale da parte dello Stato, portando all’introduzione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e alla laicizzazione di numerose opere di beneficenza. Il passaggio all’industrializzazione verso il XIX secolo peggiorò le condizioni dei poveri che dipendevano da enti di assistenza volontaria privata, e soprattutto dalle solidarietà di vicinato, tipiche dei comuni minori e delle comunità agricole locali. La persistenza del sistema familiare, radicato alla società agraria tradizionalista e l’interesse delle classi dominati a mantenere limitate sia la pressione fiscale, che le responsabilità burocratiche statali, prefigurando nuove tipologie di intervento assistenziale integrativo per arginare la dilagante miseria.

Nella Francia di fine secolo, con la drammaticità delle vicende rivoluzionarie, si produssero i primi significativi mutamenti istituzionali, attraverso un riconoscimento giuridico specifico, sostenuto dagli interessi della borghesia, interessata a liquidare l’ingente patrimonio delle opere pie. La Rivoluzione fece regredire la posizione rilevante acquisita fino allora dalle organizzazioni di volontariato. Fu la stessa Costituzione (1793) a dichiarare che i soccorsi pubblici erano un debito sacro, prevedendo la nascita di un Istituto Generale dei Pubblici Soccorsi, destinato a provvedere ai bisogni dei minori abbandonati, degli infermi e dei poveri invalidi. Si creava una distinzione netta tra diritto al lavoro ai cittadini bisognosi e all’assistenza per i soli inabili, assegnando alle amministrazioni municipali il compito di provvedere ad integrare i finanziamenti pubblici, occupandosi dell’erogazione dei sussidi o di assegnare gli impieghi, sopprimendo gli ecclesiastici ateliers de charité.

Una decisa riorganizzazione del sistema assistenziale venne raggiunta durante il periodo del Direttorio (1795–1799) e viene razionalizzata da Napoleone III tra il 1852 e il 1856. Egli tentò, in effetti, di introdurre sovvenzioni pubbliche che risultarono però di portata limitata, a favore di uffici decentrati, chiamati municipali Bureaux de bienfaisance, presenti solo in un quarto dei comuni francesi, con la finalità di sostenere i sistemi di assicurazione volontaria cooperativa. In questo contesto, nonostante le interdizioni, le società di mutuo soccorso avevano continuato ad autorganizzarsi clandestinamente, mentre la stessa Chiesa aveva ricostituito una fitta rete di istituzioni. Le organizzazioni che non perseguivano uno scopo di lucro, dapprima osteggiate, vennero gradualmente assorbite dall’amministrazione pubblica, tramite questa ampia rete di uffici, decentrati nei comuni maggiori. L’esito di questo processo normativo fu la legge promulgata nel 1901, che consacrava il diritto di ogni cittadino ad associarsi senza autorizzazione preliminare. Per rendere più efficace l’azione di protezione sociale, lo Stato cominciò a laicizzare l’assistenza, passando dalla carità alla previdenza sociale.

Il modello di welfare francese postbellico si caratterizzò per un’elevata frammentazione categoriale in campo pensionistico e sanitario, creando una sorta di compromesso occupazionale, instaurando il sistema di Sicurezza Sociale, finanziato dalle quote versate obbligatoriamente dal salariato, per coprire tre rischi: vecchiaia e invalidità, malattia e incidenti sul lavoro, maternità e famiglia, che non omologava tutta la popolazione secondo il modello egualitario scandinavo.

Tra gli anni Sessanta e Settanta, si diffusero i primi grandi stabilimenti sanitari e sociali, convenzionati con la Sicurezza Sociale, insieme alle associazioni di genitori di studenti, che si impegnarono nell’istituzionalizzazione dell’insegnamento laico e pubblico. Questa attiva effervescenza collettiva sostenne il graduale recupero del ritardo storico accumulato dal terzo settore in Francia, promossa dal Governo di Sinistra, che si dimostrò favorevole alla presa di coscienza dell’importanza dell’unitarietà dell’economia sociale, garantendola con l’attuazione del decentramento amministrativo nel 1982. Il decentramento mobilitò risorse umane, competenze tecniche e supporti finanziari a servizio dell’interesse collettivo, rendendo corresponsabili i cittadini nella realizzazione di politiche pubbliche all’interno di ampi reticoli associativi.

Gli anni Ottanta vennero segnati da uno sviluppo senza precedenti delle iniziative della società civile, che oltre ad avanzare richieste e perseguire progetti di cambiamento politico, cominciarono ad organizzare in modo diretto alcune attività economiche, dall’organizzazione dei servizi di interesse collettivo all’imprenditorialità sociale. L’incidenza del decentramento favorisce l’accrescimento della visibilità delle associazioni, sottolineando la loro attitudine a prevenire l’esclusione, proponendo soluzioni innovative ed efficaci in caso di urgenze, tramite:

incoraggiamento dello sviluppo di coordinamenti e federazioni
promozione del concetto economia sociale a livello europeo
presa di coscienza dell’unità
sostegno agli organismi di rappresentanza (CNVA, 1983 e Consiglio economico e sociale, 1983)

Fino alla metà degli anni ’70 il dialogo tra cristiani e laici nell’associazionismo, si era centrato sugli obiettivi dell’agire sociale e mai sui metodi ed i contenuti di una possibile politica associativa che si rivolgesse anche all’esterno, alla società civile, ai mass media e alla politica francese. All’inizio degli anni ’70 il Ministro degli interni Marcelin propose un progetto di legge per reintrodurre l’obbligo per le associazioni di ottenere l’autorizzazione prefettizia, come avveniva prima della Legge 1901.

Questa vicenda inquietò molto il mondo associativo e convinse una serie di dirigenti associativi guidati da Bloch-Lainé, attuale presidente dell’Uniopss, e che avevano in comune la militanza nella resistenza, a creare un luogo di riflessione sul ruolo dell’associazionismo nella società e nella vita politica contemporanea, centrando la riflessione non più e non solo sugli obiettivi dell’associazionismo, ma portando la discussione sui metodi ed i contenuti di una possibile politica associativa che si rivolgesse anche al mondo politico, che fosse in grado di individuare una cultura dell’associazionismo condivisa e risultante da un serio confronto tra laici e cristiani.
Con questo processo giunse a compimento il dialogo tra i grandi settori dell’associazionismo francese, iniziandosi ad avviare quel cammino comune, che farà emergere l’associazionismo come interlocutore dello Stato ed attore di una politica di sviluppo socioeconomico, indirizzata all’accrescimento della cittadinanza attiva.
Si organizzarono così, a partire dal ’75 circa, degli incontri promossi dalla ADAP (Association de Defense des Associations de Progrés, sorta per iniziativa di una decina di dirigenti associativi di matrice cristiana, con l’obiettivo di aprire un ampio dibattito nel mondo dell’associazionismo francese e la volontà di sciogliersi non appena si fosse riusciti a suscitare e far scaturire tale dibattito), che videro partecipare un largo numero di dirigenti di tutte le associazioni, interessate a confrontarsi intorno ad una serie di temi assai importanti, come: l’utilità sociale dell’agire associativo, i finanziamenti pubblici, il decentramento amministrativo. All’inizio degli anni ’80 si intensificano i rapporti tra i rappresentati dell’associazionismo laico e gli ex-componenti l’ADAP, proprio l’arrivo della Sinistra al governo determina una particolare attenzione dello Stato verso questo fermento culturale manifestatosi nei cinque precedenti anni all’interno del mondo associativo.

Agli inizia degli anni Ottanta, il ministro André Henry (che proveniva dal sindacato e non aveva praticamente mai avuto rapporti con il mondo associativo) lanciò una serie di incontri su “Associazionismo oggi “ in cui invita il maggior numero di associazioni a confrontarsi col governo, proprio da questi contatti nacque la sollecitazione e la volontà di dare vita ad uno strumento consultivo del governo ma al tempo stesso rappresentativo e gestito dal mondo associativo, quello che verrà chiamato il Consiglio nazionale della Vita Associativa, CNVA, istituito per Decreto il 25 febbraio 1983 dal primo ministro Pierre Mauroy.
Qualche anno dopo nell’85 si creerà il Fondo per lo sviluppo della vita associativa, FNDVA che ancor oggi è uno dei principali strumenti di finanziamento per la formazione e la crescita dei quadri dirigenti e dei volontari.
Già dai primi mandati del CNVA – allora totalmente nominato per cooptazione dal primo ministro, che eleggeva nel suo seno un comitato di coordinamento con un presidente – si ritrovarono nei luoghi di maggiore responsabilità coloro che avevano avviato ed animato il dibattito interassociativo degli anni ’50, che partivano da posizioni diverse, pur avendo più che mai in quel momento un chiaro obiettivo comune: realizzare una riflessione comune e collettiva del mondo da questi rappresentato, per giungere insieme ad una visione unitaria della posizione che l’associazionismo francese doveva assumere in rapporto alle varie autorità statali. Era una scommessa difficile, considerato che lo Stato non aveva interesse a favorire una riflessione sul ruolo dell’associazionismo, né aveva ancora sviluppato, al di là delle dichiarazioni di principio, la consapevolezza dell’importanza di tale settore, di un suo possibile ruolo sussidiario, capace di costruire una relazione partenariale nella gestione di aspetti della vita pubblica.

In conseguenza della creazione di un organismo istituzionale col ruolo di consulenza su richiesta del Primo ministro, le associazioni dovettero comunque sviluppare (nonostante lo scarso interesse, manifestato, talora, del governo) un confronto serrato tra di loro su temi generali e tentare di arrivare ad una sintesi di proposte. Col CNVA non era più sufficiente discutere solo tra associazioni omologhe, ma si rendeva necessario favorire l’impegno a confrontarsi reciprocamente a tutto campo per produrre dei pareri il più possibile omogenei ed uniformi, consentendo, talvolta in maniera imposta, di conoscersi meglio e più approfonditamente. Si verificò dunque che al di là delle diverse impostazioni ideologiche o teoriche, esistevano degli ambiti comuni di intervento, in grado di determinare un comune sentire su alcune questioni di particolare rilievo.
Temi di attualità quali la fiscalità, il volontariato e una legislazione a questo idonea, il finanziamento pubblico, i rapporti tra associazioni o con altri organismi intermedi (sindacato, partiti, ecc.) furono presi in considerazione in modo uniforme per la prima volta, producendo una capacità efficace di contrattazione da parte del mondo associativo proprio grazie al sostegno del CNVA.

3. Le dimensioni del terzo settore

Secondo quanto osservato dall’Archambault le entrate del settore nel 1990 ammontano a 217.000 milioni di franchi, rappresentando il 3% del PIL nazionale, maggiormente volto al lavoro che all’accumulazione di capitale, essendo cresciuto il numero di lavoratori ad un tasso di 39,6% tra il 1981 e il 1990, soprattutto nei servizi sociali, nella cultura e nel tempo libero, nelle attività di recupero e rivalutazione dei quartieri, nella tutela dei diritti umani e civili, nella riqualificazione e reinserimento di disoccupati, impiegando complessivamente 800.000 salariati.

L’educazione, la ricerca, la salute sono i settori principalmente finanziati dallo Stato, nel campo educativo attraverso gli stipendi per gli insegnanti, mentre le strutture sanitarie sono sussidiate dal governo e dalla Sicurezza Sociale dei lavoratori, nel caso delle attività ricreative e culturali si denota il grande sostegno da parte delle comunità locali, specialmente i piccoli comuni, nei quali rappresentano un fattore di aggregazione e socializzazione notevole.

4. La legislazione in vigore

Fenomeni emergenti quali la crisi economica, l’aumento della disoccupazione e dell’emarginazione sociale, lo sgretolamento della struttura familiare, il progressivo ampliamento delle attività legate al tempo libero, l’abbassamento dell’età del pensionamento, sommati alla necessità di creare dei nuovi luoghi di socialità per le situazioni complesse sviluppatesi in alcuni quartieri più a rischio, giustificano la diversificazione operativa delle associazioni locali, l’utilizzazione del territorio come risorsa, l’enfasi posta sulla prossimità municipale, l’economia sociale come bacino per la creazione di nuovi impieghi. E’ proprio il settore dell’associazionismo francese ad essere caratterizzato da una fervida vitalità, e da un bilancio ampiamente positivo in materia di occupazione. All’interno del programma “Nuovi servizi, nuovi lavori”, le associazioni hanno contribuito alla creazione di 64.000 posti di lavoro su un totale di 150.000 nel marzo 1999. Nell’ambito delle misure politiche attuate a livello locale, l’economia solidale rappresenta spesso l’unica fonte di occupazione di lungo periodo in qualche aree metropolitane periferiche. Nonostante il forte impatto occupazionale, non esiste ancora uno status giuridico specifico di “impresa sociale”, come la nostra 381/91, sostituito dalla qualifica di “utilità sociale”.

A parte la legge sulle associazioni che risale al 1901, non si è proceduto ad una nuova regolamentazione normativa del volontariato. Una maggiore attenzione del Governo in materia è testimoniata dall’iniziativa di convocare un Convegno Nazionale sulla Vita Associativa (Assises Nationales) tenutosi a Parigi nel febbraio 1999, promosso dal Ministero del Lavoro e della Solidarietà, dalla DIES e dal CNVA, al quale ha preso parte lo stesso CESIAV in qualità di membro del CEDAG e per il lungo relazionarsi partenariale con il FONDA. Le Assises sono state precedute da 90 forum dipartimentali, nei quali si è discusso in forma preliminare di promozione del volontariato, della riforma dei FNDVA, di nuovi dispositivi regolamentari e legislativi sulla formazione professionale, di una migliore concertazione con lo Stato, di democrazia partecipativa nella cittadinanza europea, della dimensione paritaria delle donne e degli uomini nella vita associativa, dell’associazionismo come generatore legittimato di impiego.

5. Le risorse finanziarie

Per quel che riguarda la questione i finanziamenti, l’amministrazione ricorre sovente alla tecnica del convenzionamento, divenuto obbligatorio per i servizi erogati dallo Stato al di sopra di una certa somma su progetti approvati, sostituendo gli aiuti alle associazioni da aiuti alla persona, di passare dal sostegno agli operatori alle operazioni, dagli aiuti dei servizi centrali a quelli decentrati. Le organizzazioni operano in stretta connessione con il sistema pubblico di erogazione dei servizi, di conseguenza esse dipendono in misura massiccia dai finanziamenti di origine pubblica, tanto che nel 1990 il 59% del totale delle risorse proveniva dallo Stato.

Nel domandare dei finanziamenti, si può far riferimento a Fondi per la gestione paritaria (FNDS), i Fondi nazionali di sviluppo alla vita associativa (FNDVA), che finanziano soprattutto azioni di formazione per i volontari (ogni datore di lavoro deve assicurare la formazione dei salariati o almeno pagare una quota ad un fondo di assicurazione per la formazione), Fondi di cooperazione della gioventù e dell’educazione popolare (FONJEP).Lo Stato può proporsi come sostenitore della ristrutturazione del settore che favorisca le trasformazioni dei raggruppamenti.

7. Le strutture di coordinamento nazionale

L’indagine condotta e le interviste realizzate con alcune testimoni privilegiati della realtà associativa francese, sono state occasioni di spunto per riflessioni sul tema del “lavoro in rete”. Consolidare il proprio operato attraverso l’adesione a coordinamenti e federazioni nazionali ha significato per le associazioni francesi solidificare l’unità di intenti, la condivisione di obiettivi, la capacità progettuale di perseguirli, la continua messa in discussione e un confronto costruttivo coniugando lo sviluppo economico del territorio con il rafforzamento della coesione sociale. L’intento di lavorare in rete si è tradotto, dunque, con il coinvolgimento diretto della comunità locale, connettendo le risorse disponibili di un dato territorio, con l’identità collettività e il senso di comune appartenenza, assegnando alle associazioni il ruolo precipuo di trasmissione di metodologie innovative di intervento decentrato. Nella consapevolezza che le strategie associative si rafforzano soltanto iscrivendosi all’interno del circuito di reti, sono apparse nell’ultimo ventennio i Coordinamenti associativi, strutture orizzontali che riuniscono Federazioni dello stesso settore d’intervento, per meglio concertare e difendere i propri interessi, cercare delle posizioni comuni e rappresentare le associazioni davanti ai poteri pubblici. Si distinguono inoltre:

La Federazione stabilisce un luogo diretto tra associazioni locali e quelle nazionali, non restando esclusivamente delle portavoce, ma si legandosi a progetti da realizzare, in maniera gestionale, imprenditoriale o di azione sociale, cercando di creare una lobby politica, sostenendo le associazioni dal punto di della gestione di risorse umane;
la Confederazione, che deriva degli antichi raggruppamenti di origine sindacale, si fonda sull’ideologia comune degli aderenti ed è divenuta nel tempo un’interlocutrice privilegiata per le pubbliche istituzioni;
l’Unione, che si presenta soprattutto come gruppo di pressione e rivendicazione politica;

Parallelamente ad un processo embrionale di distribuzione locale delle associazioni, differenti strutture federative hanno cominciato ad operare nel corso del secolo, perseguendo lo scopo di allargare le attività di scambio e collaborazione sul piano nazionale.

Negli anni Venti hanno visto la luce le prime Confederazioni, come la CGOL, Confederazione Generale delle Opere Laiche (1866, nata dalla fusione di società repubblicane di istruzione) e le Unioni, come l’UNAT, Unione Nazionale delle Associazioni Turistiche (1920, fondata da Touring Club, Club Alpin Français, Societé d’Encouragement de l’Automobile Club de France), che promuoveva il viaggio in automobile, per persone benestanti, prima di lanciare il turismo popolare, l’UNAF, Unione Nazionale delle Associazioni Familiari (sorta per ordinanza ministeriale nel 1945), l’UNIOPSS, Unione Nazionale Interfederale delle Opere e Organismi Privati Sanitari (1947, federata da organismi assistenziali). Alla fine degli anni Sessanta si sono diffusi i Comitati, CNOFS, Comitato Nazionale Olimpico e Sportivo Francese (1972), il CNAJEP, Comitato Nazionale di Relazioni Nazionali e Internazionali di Associazioni della Gioventù e dell’Educazione Popolare (1991), il CCOMCEN, Comitato Nazionale di Coordinamento delle Opere Mutualistiche e della Cooperazione di Educazione Nazionale (1972), CELAVAR, Comitato di Studio e Relazione delle Associazioni a Vocazione agricolo-rurale (1980), mentre agli inizi del decennio successivo, sono stati costituiti i Coordinamenti, tra i quali, il CADECS, Coordinamento di Associazioni di Sviluppo Economico-Sociale (1993, partire da quanto realizzato dalla Confederazione Generale del Tempo Libero) e la Coordination SUD (1994, gemmata da organizzazioni di solidarietà internazionale).

All’inizio degli anni Novanta, tutte le maggiori unioni e federazioni si sono raggruppate nella Conferenza Permanente dei Coordinamenti di Associazioni, il CPCA, con sede a Parigi, per stabilire una base di concertazione, di negoziazione, rappresentazione nel 1992. Sorta per dare una volontà di coerenza politica al movimento associativo, la Conferenza ha decretato il rispetto per i patti raggiunti, gli accordi stipulati e le convenzioni siglate con i poteri pubblici, riconoscendo la rilevanza della specificità delle azioni associative, di una fiscalità idonea, dell’adozione di uno statuto europeo che incentivi lo sviluppo del volontariato. Nel corso dell’ultimo anno, si sono aggiunte due nuovi coordinamenti ai dodici che la formavano, ampliando in modo incessante gli ambiti associativi rappresentati, inerenti alla dimensione educativa, sociale, familiare, sportiva, giovanile, assistenziale, sanitaria, di sviluppo rurale, di salvaguardia dell’ambiente, di cooperazione e solidarietà internazionale.

Nel 1920 un gruppo di associazioni promossero il viaggio in automobile per un pubblico agiato, costituendo l’UNAT, per poi giungere a difendere il diritto alle vacanze per tutti, ottenendo il riconoscimento dei congedi pagati e l’incoraggiamento del turismo popolare nel 1936. Fu al termine della Seconda Guerra Mondiale che si organizzarono due altre unioni, una sotto la pressione dei poteri pubblici per promuovere una politica familiare più responsabile, l’UNAF, l’altra complementare alla Sicurezza Sociale nascente, organismo finanziario e amministrativo ma non gestore diretto di stabilimenti, l’UNIOPSS, costituita da associazioni caritative cristiane, con l’intento di garantire un sostegno all’organizzazione globale della protezione sociale, facendosi carico della rete di mutua assistenza degli istituti privati preventivi e curativi.

La terza generazione dei coordinamenti comparve negli anni 1968-72, sviluppandosi intorno alle politiche sportive ed educative inerenti alla gioventù:

il CNAJEP, Comitato per le relazioni nazionali e internazionali di associazioni giovanili e di educazione popolare che emerse nel 1968;
il CCOMCEN, Comitato di opere mutualistiche e cooperative di educazione nazionale, costituito nel 1970, come mediatore nei conflitti tra organismi cooperativi, mutualisti, associativi;
la CGOL, Confederazione generale delle opere laiche, costituitasi nel 1925 intorno alle mobilitazioni di studenti e insegnanti a favore di un’educazione laica, gratuita e obbligatoria;
il CNOSF, Comitato nazionale olimpico dello sport, nato nel 1972 dalla fusione del Comitato nazionale sportivo, creato nel 1908 e del Comitato olimpico creato all’inizio del secolo, per favorire la diffusione delle attività sportive e l’educazione attraverso lo sport;

L’ultima generazione è composta da quelle più recenti, comparse durante gli anni Ottanta:

il CADECS, nata nel 1993, Coordinazione d’associazioni per la promozione dello sviluppo economico, culturale e sociale;
il CELAVAR, Comitato di studio e di relazione delle associazioni a vocazione agricolo-rurale, fondato tra il 1980 e il 1981;
Il CLOSI, Comitato di connessione tra gli organismi di solidarietà internazionale, creato nel 1983, separandosi nel 1994 in due Coordinamenti CLOSI e SUD;
La Coordinazione Ambiente creata nel 1990.

Prima di analizzare nel dettaglio la CPCA è utile riportare qualche considerazione di insieme.

Quattro coordinamenti di generazioni differenti intervengono nell’ambito educativo (CGOL, CCOMCEN, CNAJEP e CADECS). Questo settore, che ha partecipato largamente all’emergenza dell’educazione nazionale e alla formazione permanente si trova attualmente di fronte a molteplici sfide da fronteggiare: la questione della laicità, dell’inserimento professionale dei giovani, dell’esclusione sociale generalizzata. Alle relazioni interpersonali si sostituiscono durante il decennio degli anni Ottanta quelle interistituzionali, come nel caso del Fonda, cemento dialettico e relazionale tra associazioni, o il CLAMCA, Comitato Nazionale di Relazione di Attività Mutualistiche Cooperative. Il Comité National de Liaison des Activités Mutualistes Coopératives et Associatives, creato a Parigi, con 46 organizzazioni membri, raggruppa la gran parte delle maggiori imprese sociali, assicurando un legame permanente tra i suoi appartenenti. Nello stesso periodo lo Stato decide di costituire un’istanza ufficiale nazionale, il CNVA, un organismo consultivo e interlocutore critico presso il Primo ministro, composto da rappresentanti del mondo associativo per assicurare la presenza pubblica, cercando altri partner negli organismi imprenditoriali profit e non, rafforzando la capacità di dialogo. Il Consiglio Nazionale per la Vita Associativa fornisce pareri riguardanti l’incoraggiamento della vita associativa, conduce studi e propone iniziative, redige un bilancio annuale, il Bilan National de la vie associative (l’ultimo risale al 1998), presenta interrogazioni parlamentari, si consulta con il Governo per dibattere di questioni finanziarie e fiscali, di relazioni europee, di formazione del volontariato. Il CNVA diffonde quattro volte l’anno la Lettre du CNVA, per informare le associazioni sui principali avvenimenti in corso, tramite l’organizzazione di convegni nazionali la pubblicazione di dossier periodici, la divulgazione di studi tematici, permettendo puntualmente di tracciare l’evoluzione del fenomeno e mettendo in rilievo il ruolo giocato dalle associazioni. Il Consiglio propone inoltre al Primo ministro la nomina dei rappresentanti al Consiglio Economico e Sociale, CES e al Comitato di gestione del Fondo Nazionale di sviluppo alla Vita Associativa, FNDVA, che sostiene la formazione dei responsabili associativi.
Il CNVA diffonde quattro volte l’anno la Lettre du CNVA, per informare le associazioni sui principali avvenimenti in corso, tramite l’organizzazione di convegni nazionali la pubblicazione di dossier periodici, la divulgazione di studi tematici e conoscitivi, permettendo puntualmente di tracciare l’evoluzione del fenomeno e mettendo in rilievo il ruolo giocato dalle associazioni.

Nel 1974 viene creato il Consiglio Nazionale del Volontariato dalle associazioni stesse, per promuovere ulteriormente il volontariato presso le strutture pubbliche, sensibilizzare l’opinione pubblica, organizzare campagne di informazione, partecipare a manifestazioni speciali, prendere parte a Congressi Internazionali del Volontariato, curare la progettazione e la programmazione di una rete territoriale di centri regionali. L’attività del Centro è finalizzata al reclutamento e orientamento di volontari tramite periodi di stage formativo, alla partecipazione alla vita associativa locale, all’erogazione di servizi telematici, di ascolto e assistenza, al recupero scolastico ed insegnamento ai bambini ricoverati in ospedale.

Nel 28 ottobre 1991 è stata, infine, creata la Delegazione interministeriale per l’innovazione sociale e l’economia sociale (DIIES) il cui obiettivo consiste nel coordinare e proporre le misure destinate a favorire lo sviluppo dell’economia sociale.

Questo movimento di strutturazione settoriale (federazioni), intersettoriali (coordinazioni) e trasversali (FONDA, CPCA, CNVA), traduce in sintesi la volontà delle associazioni di affermarsi come perni intorno alle quali far ruotare le politiche sociali più attuali. Per comprendere i rapporti che le federazioni intrattengono coni i coordinamenti, bisogna interrogarsi sulla maniera in cui gli uni e gli altri concepiscono i loro interventi. Più i coordinamenti risultano implicati nell’organizzazione di attività, più essi sono chiamati a gestire direttamente dei servizi operativi (l’UNAT, con una banca dati, L’UNAF, con una carta di intenti e priorità); più esse restano legate ai campi trasversali, più la funzione d’informazione, di sostegno, di messa in relazione diventa centrale (CPCA, CNVA, CNV).

L’indagine condotta e le interviste realizzate con alcune testimoni privilegiati della realtà associativa francese, sono state occasioni di spunto per riflessioni sul tema del “lavoro in rete”. Consolidare il proprio operato attraverso l’adesione a coordinamenti e federazioni nazionali ha significato solidificare l’unità di intenti, la condivisione di obiettivi, la capacità progettuale di perseguirli, la continua messa in discussione e un confronto costruttivo coniugando lo sviluppo economico del territorio con il rafforzamento della coesione sociale. L’intento di lavorare in rete si è tradotto, quindi, con l’entrata in contatto e il coinvolgimento diretto della comunità locale, consentendo di far interagire le risorse disponibili di un dato territorio, con l’identità collettività e il senso di comune appartenenza, assegnando alle associazioni il ruolo precipuo di trasmissione di metodologie innovative di intervento decentrato, come lievito per la fermentazione dell’integrazione nazionale.
In questo sistema associativo integrato e reticolare, si è cercato di rendere in grado i vari soggetti coinvolti di interagire tra loro, basandosi sulla continuità progettuale, trasformando la solidarietà spontanea in forma organizzata permanente, sollecitando la capacità di collaborazione e la volontà di operare in un contesto di cooperazione anche transnazionale, all’interno delle iniziative comunitarie, promosse dall’Unione Europea.
Le strategie associative si rafforzano soltanto iscrivendosi all’interno del circuito di reti, pur preservando la ricchezza della diversità e il differenziato pluralismo di impegni, proposte, attività. Per tale ragione, nel complesso della vita associativa francese sono apparse nell’ultimo ventennio i Coordinamenti, strutture orizzontali che riuniscono Federazioni dello stesso settore d’intervento, per meglio concertare e difendere i propri interessi, cercare delle posizioni comuni e rappresentare le associazioni davanti ai poteri pubblici, amplificando la propria capacità di intervento territoriale.

8. Sintesi descrittiva degli organismi membri del CPCA.

CADECS

Coordination des Associations de Développement Economique, Culturel et Sociale,
sorta nel 1980
composto di 13 persone morali aderenti

Il coordinamento è sorto dare piena legittimità al movimento associativo del tempo libero. Per quel che riguarda i suoi i campi principali di azione, si denota come essi siano prevalentemente svolti in ambito educativo, di sostegno a politiche in favore dell’integrazione multiculturale e della piena realizzazione umana.

CELAVAR

Comité d’Etude et de Liaison des Associations à Vocation Agricole et Rurale
nata nel 1982
composto di 600 associazioni regionali o dipartimentali e 30.000 associazioni locali, impiega 1.300.000 persone, di cui 7.000 volontari e 9.000 salariati

Il CELAVAR persegue lo scopo di contribuire all’animazione, alla formazione e allo sviluppo locale nell’ambito rurale. Il 1990 segna una tappa fondamentale nel processo di consolidamento del CELAVAR, con l’organizzazione delle Assises tenutesi per riflettere sull’avvenire dell’ambiente rurale ad Angers, che ha portato alla creazione della rete europea Virgilio. Da allora il Comitato si è specializzato nello studio di pratiche associative per la messa in atto di metodologie replicabili; nella stesura e realizzazione di progetti europei, diffondendo guide e un dossier sulla riforma dei fondi strutturali comunitari.

Il CELAVAR pubblica periodicamente la rivista Virgile INFO. Il suo progetto europeo ARISTEE è stato avviato all’interno di un dibattito intorno alla formazione professionale, nel quadro dell’iniziativa comunitaria ADAPT per facilitare il riadattamento professionale di competenze di agenti per lo sviluppo del settore associativo rurale.

CNAJEP

Comité pour les Relations Nationales et Internationales des Associations de Jeunesse et d’Education Populaire
fondato nel 1968
composto di 77 associazioni e i più importanti movimenti di educazione popolare, radunando complessivamente 3 a 4 milioni di giovani aderenti

Il CNAJEP si è impegnato nell’ultimo biennio a presentare uno statuto per la valorizzazione l’impegno volontario, soprattutto giovanile, per quel che riguarda la copertura sociale e assicurativa, le indennità di prestazioni e disoccupazione, la convalida delle competenze acquisite, l’introduzione del Reddito Minimo di Inserimento per la gioventù, un adeguato accompagnamento nei percorsi di vita dei giovani attraverso nuovi programmi scolastici.

Tra i servizi forniti, si annoverano l’informazione, la promozione, la diffusione periodica di una newsletter, l’organizzazione di convegni e incontri su temi specifici, l’offerta certificata di formazione per determinati diplomi di animazione sociale, quali il BAFA e il DEFA.

CCOMCEN

Comité de Coordination des Oeuvers Mutualistes et Coopératives de l’Education Nationale
creato nel 1972
composto di 68 membri tra cooperative, mutue, associazioni e sindacati

Il CCOMCEN è uno dei membri fondatori del CNLMCA, e viene rappresentato in ogni regione da due delegati, assemblando insieme organizzazioni di azione mutualistica.

CNOFS

Comité National Olympique et Sportif Français
composto di 87 federazioni, 175.000 club, 1.250.000 volontari e 14 milioni di licenziati

Si impegna a promuovere la rappresentatività delle associazioni sportive nella loro funzioni politica, sociale, economica. Attualmente il Comitato auspica la creazione di un Osservatorio del volontariato sportivo, la creazione di una carta sotto la sua egida per le sole strutture con licenza sportiva, che permetta di seguire un’evoluzione permanente dal punto di vista dell’effettivo intervento realizzato.

Coordination Sud

sorta a Parigi nel 1993
composta di 80 aderenti

La Coordinazione alimenta il dibattito sulle politiche di cooperazione, di azione umanitaria e di strategie di sviluppo, assicurando la rappresentanza dei suoi membri presso i poteri pubblici, mobilitando l’opinione pubblica in favore della solidarietà internazionale.

Nel 1997, essa ha dato vita alle Assises Internazionali e della Solidarietà Internazionali, due giornate di convegno per aumentare conoscenza a livello politico, creando le condizioni favorevoli per il lancio di nuove iniziative. Il coordinamento si mobilita in caso di emergenza per epidemie, catastrofi e conflitti nel Terzo mondo, sostenendo campagne di sensibilizzazione ed educazione interculturali allo sviluppo. La Coordinazione pubblica i bollettini informativi Dettes et Etrangers e Nouvelles de Sud, offre consulenze, assistenza tecnica, formazione finalizzata alla presentazione di progetti.

FNARS

Fédération nationale des associations d’accueil et de réadataption sociale
costituita a Parigi nel 1956.
Composta di 650 associazioni e organismi pubblici, che gestiscono 2.300 servizi e raggruppano 10.000 salariati, accogliendo 500.000 persone in difficoltà all’anno, avendo creato 40.000 posti di alloggiamento e 10.000 posti di lavoro in inserimento

Essa si impegna nella lotta contro l’esclusione economica e sociale, in particolare modo, nell’integrazione lavorativa dei portatori di handicap fisici gravi.

Alla nascita, la Federazione raggruppava 18 gruppi associativi specializzati nell’accoglienza di coloro che uscivano di prigione, funzionando come centro di solidarietà e rifugio per prostitute. In epoca più recente, essa sostiene la promozione dell’occupazione giovane, l’accoglienza degli stranieri, l’assistenza dei malati di SIDA. Ogni mese pubblica la Gazette, i Cahiers (Quaderni), bollettini informativi di tipo giuridico, ed inchieste, proponendo inoltre stage, cicli formativi e seminari per volontari ed operatori delle associazioni.

FNCS

Fédération Nationale des Centres Sociaux
fondata nel 1927
composta di circa 1800 centri sociali aderenti e 7o federazioni locali.

Si può far risalire la nascita dei primi esempi di quelli che in epoca più recente sono stati chiamati centri sociali, ai centri apparsi in Inghilterra nella seconda metà del XIX secolo, denominati settlements e alle “case sociali” introdotte alla fine dell’ultimo secolo in Francia, come luoghi di accoglienza, situati nelle periferie operaie dove avevano la funzione di assistere le famiglie in difficoltà, di occuparsi della sorveglianza di bambini, garantendo la prevenzione sociale e l’assistenza sanitaria. Nel 1922, una ventina di stabilimenti sociali iniziò a raggrupparsi nella Federazione dei Centri sociali di Francia, con lo scopo di assicurare un’adeguata rappresentatività alle diverse parti interessate, conoscendo la loro vera crescita a partire dagli anni Sessanta, periodo in cui essi crescono accanto al fenomeno dell’urbanizzazione accelerata, all’esplosione del terziario pubblico e privato, alla riorganizzazione dell’agricoltura.

Nel corso degli anni le missioni caratteristiche dei Centri riguardano il risanamento dei quartieri aperti all’insieme della popolazione, attraverso l’organizzazione di nidi di infanzia, dei passatempi giovanili, del sostegno scolastico, con l’intento di offrire accoglienza, animazione e servizi di utilità sociale.

La Federazione pubblica la rivista “Ouvertures”, con quattro uscite annuali.

FNLL

Fédération Nationale Léo lagrange
nata nel 1950
composta di 100.000 aderenti e 300.000 utilizzatori dei servizi, 13 associazioni locali specifiche, 44 associazioni, presenti in 12 regioni, 27 dipartimenti e 46 città

Attualmente la Federazione svolge un’azione educativa a favore delle pari opportunità e della tolleranza, contro ogni forma di discriminazione, per ottenere il riconoscimento del diritto di voto per tutti gli stranieri in situazione regolare. Attaccata ai principi del socialismo essa ha scelto la centralità dei bisogni umani: vivere pienamente il tempo libero, legando il piacere alla conoscenza, l’espressione alla creazione, la scoperta all’avventura, l’accettazione delle differenze al rispetto ambientale, manifestando concreta solidarietà con gli immigrati e gli esclusi emarginati dal contesto sociale, assicurando una formazione civica, soprattutto per i giovani, sviluppando la collaborazione con i genitori, con i movimenti sportivi, le associazioni di consumatori, le organizzazioni mutualiste.

Tra i servizi forniti e gli obiettivi politici prefissi, si annoverano l’animazione locale, la consulenza tecnica, la formazione di quartiere, l’avvio di partenariati locali, gemellaggi e scambi culturali, la lotta contro la tossicodipendenza, la pubblica mensile di Les idées en mouvement Bloch notes.

FONDA

nata nel 1981
si compone di 179 membri e si basa su 140 associazioni sostenitrici

La Fonda è un organismo che si occupa di informazione sociale a favore del dialogo interassociativo, al fine di valorizzare il contributo civile dato dall’associazionismo e di fare della CPCA un’organizzazione lobbistica di tipo politico, studiando il rapporto con i mass media, il ruolo del federalismo, la costruzione dell’Europa sociale, prefiggendosi di allargare l’accesso ai fondi e ai programmi comunitari, proponendo l’adozione dello statuto di associazione europea, indispensabile per la costruzione di una cittadinanza attiva europea.

La Fonda pubblica periodicamente La Tribune Fonda e la Lettre Fonda

LFEEP

Ligue Francaise de l’Enseignement et de l’Education Permanente
costituita nel 1866 da Jean Macé.
composta di 2.500.00 soci aderenti, 33.000 associazioni, 102 federazioni dipartimentali, 3.000 impiegati, 10.00 a tempo parziale

La Lega nasce con lo scopo di favorire il progresso dell’educazione laica, sviluppando una democrazia partecipativa, volta all’impegno civico, rendendo i cittadini capaci di organizzarsi da soli. Si occupa di aggiornamento della programmazione didattica, prepara congressi, bollettini informativi e riviste su tematiche pedagogiche, esposizioni, concorsi, viaggi e soggiorni, favorisce il riconoscimento della diversità culturali tramite l’utilizzazione del metodo autobiografico di rielaborazione scritta delle memorie raccontate dall’immigrato.

La Ligue pubblica Les idées en mouvement, una rassegna stampa settimanale elaborata dal centro di documentazione, offrendo svariati servizi informativi quali la gestione di archivi, ricerche bibliografiche e censimenti sociali.

UNAF

Union Nationale des Associations Familiales
fondata nel 1945
composta di 900.0000 e di 8.500 membri, alle quali aderiscono 950.000 famiglie effettivi in crescita costante, tra il personale remunerato, si annoverano 80 salariati all’UNAF e 5.000 salariati nell’UNAF, ai quali si aggiungono 25.000 volontari e 20 consulenti tecnici.

L’Unione rappresenta in modo ufficiale, presso i poteri pubblici, l’insieme di famiglie francesi e di quelle straniere regolarmente stabilite in Francia, con il presupposto di difendere i loro interessi e gestire tutti i servizi d’interesse familiare, a livello locale tramite l’UDAF (le Unioni dipartimentali). Come obiettivi politici, l’UNAF si propone di lottare per adattare l’importo dei prelievi fiscali alla facoltà contributiva delle famiglie; per riformare la tariffazione degli stabilimenti per persone anziane non autosufficienti, al fine di permettere alle persone in situazioni difficili di continuare a beneficiare o di avere accesso alla fornitura dei servizi socio assistenziali efficienti; allargare la possibilità di accesso al RMI. Il movimento familiare è concretamente presente nella lotta contro le cause e le conseguenze della povertà, offrendo aiuti al ménage domestico, punti di ascolto, accoglienza permanente, sostegno scolastico.

L’UNAF pubblica mensilmente la rivista Réalités.

UNAT

Union Nationale des Associations de Tourisme et de plein air
nata a Parigi il 19 giugno 1920.
composta di 60 Federazioni Nazionali, 24 UNAT regionali, 401 membri e 1.300 aderenti

L’UNAT ha sostenuto il concetto di vacanza come diritto accessibile per tutti., impegnandosi a favore della salvaguardia del patrimonio turistico e di azioni di solidarietà vacanziera. Nel corso degli anni Cinquanta, nasce il concetto di vacanza di massa, con una forte professionalizzazione del settore. Nel 1963 viene creato il Bureau International du Tourisme Social, un anno dopo si realizzano le Assises nazionali del turismo sociale. Durante gli anni Ottanta, sorgono le UNAT regionali, e si assiste alla creazione di un centro di documentazione per la raccolta di dati statistici, alla firma di un accordo con il sindacato degli agenti di viaggio, per garantire la certificazione dei viaggi, degli stage e dei soggiorni linguistici.

L’Unione fornisce servizi di promozione, attraverso la distribuzione di Flash UNAT, pubblicando la Carta dei villaggi disseminati in Francia, organizzando saloni espositivi e mostre.

UNIOPSS

Union Nationale Interféderale des Oeuvres et Organismes Privés Sanitaires et Sociaux
costituita nel 1947
composta di 148 federazioni o associazioni nazionali, 22 Unioni Regionali di Opere e Organismi Privati Sanitari e Sociali, che formano una rete al quale aderiscono 7.000 istituti, contando 630.000 salariati e 412.000 volontari

L’UNIOPSS è stato il principale motore ad accompagnare le mutazioni del sistema sociosanitario francese a partire dagli anni Quaranta, superando il carattere caritativo dell’intervento statale fondato su valori morali tendenzialmente religiosi, favorendo la professionalizzazione del settore e creando imprese nel settore, passando dalla carità alla solidarietà organizzata. Da una prima lettura della sua rivista, l’Union sociale, si comprende la complessità articolata e l’estesa ramificazione territoriale delle attività svolte in questi anni.

Riconosciuta come associazione di pubblica utilità, l’UNIOPSS raggruppa, infatti, la gran maggioranza degli organismi di protezione sociale, medico-sociale, socioculturale e sanitaria, dall’infanzia agli anziani, dai malati ai portatori di handicap, i quali si sono prefissi di intervenire in situazioni di marginalità ed esclusione, valorizzando la formazione del singolo cittadino. In una posizione di portavoce, l’UNIOPSS rappresenta i suoi membri, assicurando la loro partecipazione all’elaborazione e all’esecuzione dei programmi sanitari, proponendosi la lotta contro la povertà generalizzata e contro l’esclusione dal mondo del lavoro. L’Unione ha posto le basi per la realizzazione della riforma della legislazione sociale, introdotta nel 1998.

Nel 1998 sono stati messi in cantiere tre progetti, uno per la piccola infanzia, una raccolta di dati su la condizione delle persone disabili e degli anziani, uno che analizza le iniziative promosse nel campo culturale e della solidarietà, ed uno su una guida gratuita sugli alloggi sociali.

ANIMAFAC

Coordination des Fédérations et Associations Culturelles
fondato nel 1995
composto di 700 associazioni culturali e di 7 mila non sono soci sostenitori.

La coordinazione nasce come centro di ricerca e punto di appoggio a progetti studenteschi, a partire dal movimento studentesco di protesta, portando avanti azioni di rivendicazione e animazione socioculturale a livello universitario. Nel giugno del 1996 è divenuta un coordinamento generale, in grado di riunire il maggior numero di associazioni possibili, di diversa matrice culturale e religiosa. Svolge attività svariate, dalla pubblicazione a atelier di riflessione tematica, dai servizi alle associazioni ai diversi incontri annuali, distribuendo ogni due volte al mese, Factuel, offrendo carnet di biglietti con riduzione per partecipare a conferenze, esposizioni, proiezioni di film.

COFAC

Coordination des Fédération et Associations Culturelles
fondato nel 1999
si compone di 16 organizzazioni

Il COFAC è un raggruppamento rappresentativo di federazioni e associazioni culturali che ha per obiettivo di ricollocare l’Arte e la Cultura in seno ai dibattiti e ai progetti che promuovano la musica, il teatro, la poesia, a danza. Il Coordinamento pubblica dei documenti periodici, prefiggendosi di recente lo studio sullo stato della vita culturale nazionale.


 

IL VOLONTARIATO IN EUROPA

Quadro giuridico, forme organizzative, strutture di promozione, raccordo e qualificazione del volontariato.

ricerca sostenuta dallOsservatorio Nazionale per  Volontariato

Rapporto ricerca comparativa sul volontariato nei paesi dell’Unione europea condotta dal Cesiav su incarico del Dipartimento degli Affari Sociali, Osservatorio del Volontariato.
 
Roma – Novembre 1999

 

I PARTE

1. Il volontariato in Europa

Una analisi delle forme organizzative e delle strutture di supporto al volontariato si imbatte in una serie di ostacoli e difficoltà. Oltre al problema della definizione concettuale, dell’inquadramento giuridico e delle strutture organizzative sussiste un problema di percorsi storici e di esperienze culturali diverse.

A fronte di un innegabile sviluppo del volontariato, come settore emergente, si contrappongono la crisi del welfare state e il crescente disimpegno dei pubblici poteri nel sociale con la crescente tendenza a delegare al privato.

L’oggetto privilegiato della nostra indagine è costituito dalle “organizzazione di volontariato”. Con questa espressione abbiamo inteso indicare qualsiasi forma organizzativa all’interno della quale sia presente in maniera qualificante e caratterizzante l’attività volontaria.

E’ da notare anche la progressiva crescita delle indagini sul settore e l’acquisizione di dati statistici, in un ambito in cui finora sono mancate statistiche nazionali, registri ufficiali, definizioni univoche e trasferibili da un contesto nazionale ad un altro. Continua ad esistere però una difficoltà di analisi legata all’estrema fluidità del settore, alla sua dinamicità e capacità innovativa, alla sua presenza in forme non burocratizzate e istituzionalizzate.

Esistono differenze nell’interpretazione dei rapporti tra Stato e volontariato: tra i sostenitori di una assoluta indipendenza e coloro che ritengono opportuni strumenti di regolamentazione e riconoscimento formale da parte dello Stato, oltre che una differenziazione di approcci teorici al problema del volontariato (giuridico, sociologico, economico).

L’approccio legato alla definizione giuridica del volontariato risulta valido nonostante sussista la possibilità di una discrepanza anche radicale tra principi legali e contesto reale.

L’interesse della Comunità europea per il volontariato è progressivamente andato crescendo, ma non si è finora trattato di un interesse direttamente rivolto al mondo del volontariato con le sue specificità e risorse, quanto alla cosiddetta economia sociale e alla recente crescita del terzo settore, per gli effetti che in questo ambito si possono determinare in merito alle prospettive occupazionali e alla crescita di quegli elementi di coesione comunitaria che non sono di natura strettamente economica.

L’attuazione di programmi comunitari, le politiche sottostanti alle forme di finanziamento, come il Fondo Sociale Europeo, hanno costituito un forte stimolo allo sviluppo del volontariato in alcuni paesi, ed hanno contribuito a migliorarne l’efficienza, l’organizzazione e a superare talvolta una mentalità assistenzialistica attraverso una pianificazione e progettazione di interventi innovativi.

Particolare impulso al volontariato è risultato in quei paesi dove si sono realizzate recenti trasformazioni istituzionali.

Nel quadro di una maggiore attenzione al volontariato, rimane carente la possibilità di un confronto che interessi la totalità dei paesi dell’Unione europea, e non solo quei paesi con ben determinate tradizioni e forme istituzionali.

Fanno eccezione gli studi legati all’attività della Commissione europea e della Direzione Generale V e XXIII, in cui la prospettiva paneuropea è d’obbligo.

Peraltro l’estensione geografica progressiva dell’Unione europea ha comportato che informazioni relative ai paesi membri entrati a far parte solo di recente nell’Unione europea, compaiano solo nelle pubblicazioni degli ultimi anni (Austria, Finlandia, Svezia).

Si tratta però comunque di analisi che non si propongono direttamente l’obiettivo di analizzare e studiare il volontariato in quanto fenomeno specifico, ma piuttosto si rivolgono al mondo del volontariato indirettamente, dirigendosi verso l’analisi del terzo settore o di forme giuridiche specifiche (associazioni e fondazioni).

2. La Comunicazione della Commissione: Sulla promozione del ruolo delle associazioni e delle fondazioni in Europa (Bruxelles, 6.6.1997, COM (97) 241 def.).

La Comunicazione parte dal riconoscimento del ruolo e della rilevanza che le associazioni e le fondazioni svolgono nel campo dell’attività sociale, attraverso la promozione della cittadinanza attiva, della democrazia, nella realizzazione di servizi, attività sportive e per il tempo libero, nel ruolo di patrocinio degli interessi dei cittadini nei confronti delle autorità pubbliche, nella tutela dei diritti umani, nelle politiche di sviluppo.

Il documento si propone inoltre di sollecitare alcuni provvedimenti, adottabili dagli Stati membri, conformemente al principio di sussidiarietà che ispira le relazioni tra Comunità europea e Stati membri.

L’indagine condotta per realizzare la comunicazione afferisce all’ambito delle associazioni e fondazioni con scopi pubblici, cioè un settore distinto dell’economia sociale.

Il quadro giuridico e fiscale delle associazioni e fondazioni può essere ricondotto ai seguenti tratti comuni a ciascuno stato membro.

La libertà di associazione è un diritto garantito in tutti gli stati, spesso con un fondamento nella Carta Costituzionale. In generale i cittadini della Comunità europea possono costituire associazioni in qualsiasi stato membro.

Non tutti gli Stati operano una definizione formale e una netta distinzione tra associazioni e fondazioni, ma ovunque esistono gruppi di individui che si riuniscono per perseguire fini di pubblica utilità (associazioni) e istituzioni che hanno il compito di amministrare beni destinati ad uno scopo pubblico (fondazioni).

Il settore di indagine riguarda un ambito che non è del tutto privato né del tutto pubblico, sebbene, nei paesi dove sussiste una distinzione formale tra diritto pubblico e privato, associazioni e fondazioni rientrano nella sfera del diritto privato.

Per distinguere pertanto il terzo settore dalle sfere del privato e del pubblico, il rapporto della Commissione europea opera una distinzione formale: individuando le caratteristiche fondamentali dell’organizzazione interna e le leggi che le associazioni e fondazioni devono rispettare per rientrare nelle categorie di enti non a fini di lucro. Inoltre opera una distinzione a livello di oggetto: specificando le attività che vengono considerate di pubblico interesse.

Dove esiste un diritto codificato in materia, prevale la definizione a livello formale; laddove prevale il diritto consuetudinario, risultano più efficaci i criteri legati alla definizione del concetto di pubblica utilità.

In tutti gli stati membri, le associazioni possono essere registrate o non registrate e probabilmente la maggior parte è non registrata. La mancata registrazione comporta taluni svantaggi come la mancanza di personalità giuridica. Questo si traduce nella conseguenza in base alla quale i membri del consiglio di amministrazione operano a titolo personale e pertanto rispondono personalmente degli atti della associazione.

Dove esiste un diritto codificato in materia di associazioni, esiste una procedura di registrazione dell’associazione, che viene concessa sulla base di caratteristiche stabilite per legge, la cui presenza formale è condizione necessaria e sufficiente per la registrazione. La mancata registrazione è un atto amministrativo, che non entra nel merito delle finalità e del carattere morale e politico dell’associazione, ma constata semplicemente l’aderenza formale ai requisiti espressi dalla legge in vigore.

Le fondazioni acquistano normalmente la personalità giuridica attraverso la pubblicazione dello statuto.

Negli Stati con diritto consuetudinario, un’associazione non ha una forma speciale di registrazione, ma può scegliere una forma di riconoscimento giuridico tra diverse possibilità all’interno del settore in cui opera. La forma più diffusa è quella della società a responsabilità limitata da garanzia e le associazioni di mutua assistenza.

Caso particolare riguarda le forme di associazione istituite mediante atto legislativo o patente regia.

La capacità di azione giuridica è differente nei diversi paesi, può essere illimitata o circoscritta. Nei paesi in cui sussistono limitazioni non è possibile ricevere donazioni, legati o possedere beni immobili senza una espressa autorizzazione dell’autorità pubblica.

Vi è una differente possibilità per le associazioni di svolgere un’attività economica, senza perdere le agevolazioni fiscali; in genere si richiede che l’attività economica non costituisca l’attività principale dell’associazione, non si traduca in una distribuzione di utili per gli associati, ma sia diretta interamente agli scopi perseguiti dall’associazione.

Inoltre in tutti gli stati vi è una qualche forma di agevolazione fiscale, ma esistono disparità significative. In genere si tratta dell’esenzione dell’imposta sulle società o sulle imprese a fini di lucro e nell’applicazione di più favorevoli aliquote d’imposta.

Esistono inoltre disposizioni comunitarie (sesta direttiva) che riguarda l’esenzione dall’i.v.a. per le attività di interesse pubblico. Ma la definizione più o meno restrittiva della nozione di “interesse pubblico”, produce differenze rimarchevoli tra i diversi paesi.

3. L’indagine del Cesiav – Osservatorio Nazionale del Volontariato

Questa indagine, ancora in una fase di acquisizione di dati e di elaborazione, si pone l’obiettivo di realizzare uno studio comparativo dei sistemi di volontariato nei diversi paesi dell’Unione europea.

Il primo passo consiste nella ricerca di in una definizione e nell’analisi preliminare dell’ambito giuridico all’interno del quale si colloca il volontariato, in ciascuno dei paesi membri.

Un secondo passo, che riguarda l’obiettivo più specifico di questa ricerca, si rivolge all’analisi delle strutture di sostegno, qualificazione e formazione dei volontari, oltre che delle opportunità di sviluppo di forme di coordinamento e condivisione di risorse.

Si intende istituire un confronto tra forme di strutture eventualmente esistenti nei paesi europei, simili per compiti, obiettivi e rapporto con il mondo del volontariato ai Centri di Servizio per il volontariato istituiti in Italia dalla Legge quadro sul volontariato (L.266/91 art.15).
 
4. Metodologia della ricerca

L’azione di ricerca si è indirizzata direttamente ai referenti istituzionali nei diversi paesi membri dell’Unione europea.

Lo scopo era quello di raggiungere un’informazione che provenisse da una fonte ufficiale e che potesse fornire un quadro aggiornato dello stato di fatto del volontariato in quel paese rispetto alla legislazione, alle forme di incentivi di varia natura, all’esistenza di strutture di raccordo, coordinamento, qualificazione e promozione del volontariato. Di notevole interesse si profilava anche la raccolta di informazioni rispetto al dibattito politico, all’azione del Governo rispetto alle tematiche suddette e alle linee guida assunte per la realizzazione di eventuali interventi in materia.

Un primo scoglio è stato rappresentato dall’identificazione del Ministero competente in materia di volontariato in ciascun paese membro. Sussistono infatti denominazioni diverse di ambiti di competenze sostanzialmente sovrapponibili, ma anche accorpamenti di competenze diverse che denotano tradizioni politiche, retroterra storici e impostazioni culturali, per molti versi unici e non direttamente confrontabili.

Talora il volontariato è competenza del Ministero della Sanità, talvolta del Ministero della Famiglia e della Gioventù, talaltro associa competenze nei settori dell’economia e del lavoro, infine può essere direttamente oggetto d’attenzione del Primo Ministro.

In taluni casi i nostri primi contatti con un ministero sono stati reindirizzati verso un altro ministero o uno specifico dipartimento.

5. Gli strumenti: il questionario

La ricerca è stata condotta attraverso un questionario. È stata scelta la forma delle domande aperte per consentire una più agevole possibilità di indagare le caratteristiche e le particolarità dei diversi sistemi nazionali.

Il questionario è stato realizzato in due versioni, una in lingua inglese e uno in lingua francese per il gruppo di paesi francofoni. Si è dovuto affrontare il problema di realizzare una formulazione omogenea delle domande nelle due versioni, utilizzando terminologie di due lingue che rimandano a contesti culturali profondamente diversi. Si è pertanto ricorso alle dizioni più diffuse nel dibattito internazionale dei termini relativi al settore di indagine, e laddove non era possibile una resa ugualmente efficace dei termini si è fatto ricorso a parafrasi e ad esemplificazioni.

La struttura del questionario è stata studiata in maniera tale da consentire una progressiva focalizzazione degli ambiti di indagine, partendo dal generale (definizioni ampie e quadro di riferimento) al particolare (regolamentazione di determinati aspetti).

I nuclei di domande proposte nel questionario riguardano:

1) l’esistenza di uno speciale status legale per le organizzazioni che operano senza fini di lucro per scopi di pubblica utilità;

2) l’esistenza di uno status legale per le associazioni di volontariato;

3) l’esistenza di incentivi per le attività di volontariato;

4) l’esistenza di forme di registrazione a livello centrale o decentrato delle organizzazioni di volontariato;

5) l’esistenza di forme di rappresentanza e di coordinamento delle organizzazioni di volontariato;

6) l’esistenza di dati statistici

7) l’esistenza di forme di servizi per il volontariato in materia di informazione, documentazione, consulenza, formazione;

8) l’esistenza di disposizioni legislative in merito a strutture di servizio per il volontariato.
II PARTE

LEGISLAZIONE SUL VOLONTARIATO E QUADRO DI RIFERIMENTO NEI PAESI DELL’UNIONE EUROPEA
 
1. AUSTRIA

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

L’Austria è il paese della Comunità europea, peraltro di recente entrato a farne parte (dall’1-I-1995, insieme a Svezia e Finlandia), sul quale sono disponibili il minor numero di dati di confronto e di informazioni. Questo fenomeno non è casuale, ma risulta legato alle caratteristiche interne del volontariato in Austria, che ne hanno consentito finora una visibilità parziale e una sottostima del suo ruolo.
Dal punto di vista istituzionale l’Austria è una Repubblica federale, con una larga autonomia politica e legislativa concessa ai 9 stati federali (Bundesländer). Una analisi del volontariato deve quindi tenere in considerazione l’autonomia degli stati federali rispetto allo stato centrale.

b) Il diritto delle associazioni e delle fondazioni

Il diritto di associazione è riconosciuto nella Costituzione e la Legge del 1951 disciplina le associazioni “morali”, cioè non aventi finalità di lucro (Vereinsgesetz), distinguendole dalle associazioni che perseguono fini di lucro (Vereinspatent), regolate dalla legge del 1852.
Tuttavia non esiste una definizione giuridica esplicita di associazione, ma solo una definizione elaborata dalla giurisprudenza.
Per fondare un’associazione è sufficiente che anche un solo cittadino, austriaco ma anche straniero, presenti alle autorità un progetto di statuto, il quale se non viene vietato dalle autorità, può essere considerato accettato e l’associazione può essere costituita con una assemblea di almeno tre soci. Con l’elezione dei rappresentati previsti nello statuto, l’associazione acquista capacità giuridica.
In base all’articolo 12 della legge del 1951 esiste un Registro delle associazioni.
Rispetto alla fiscalità indiretta le associazioni in Austria godono delle esenzioni indicate dalla VI direttiva comunitaria sull’IVA (Art.13).
Le fondazioni godono di libertà di costituzione e possono assumere due tipologie di forma: le fondazioni a norma di legge (federali o regionali), per le quali si intende che il patrimonio è destinato a perseguire uno scopo di pubblica utilità o beneficenza e le fondazioni private, il cui scopo viene stabilito dal fondatore.
Il referente contattato per la ricerca in Austria, non indica la presenza di alcuno status legale particolare per le associazioni di interesse pubblico se non la possibilità di una esenzione fiscale a vantaggio delle organizzazioni di pubblica utilità, carità, e organizzazioni religiose. E’ richiesto alle organizzazioni stesse di attestare lo scopo delle loro attività e di perseguirlo direttamente.
Non esiste neppure una distinzione specifica per le associazioni di volontariato.
Non esistono vantaggi o facilitazioni specifiche che incentivino il volontariato se non un contributo per l’assicurazione dei volontari la cui attività si svolge nei settori della protezione civile nei casi di calamità naturali, nei vigili del fuoco volontari, nei servizi di ambulanza e altri di natura simile.
Altri settori del volontariato in Austria riguardano i servizi sociali e l’accudimento di bambini in strutture confessionali.

c) Servizi per il volontariato e strutture di coordinamento

Esistono servizi per il volontariato, organizzati autonomamente dalle organizzazioni per il volontariato, mentre non sono presenti forme di rappresentanza e coordinamento delle organizzazioni non-profit. Esistono tuttavia contributi del Governo, ma senza una sistematicità e senza una regolamentazione di legge specifica né a livello federale, né regionale o locale. Comunque non esiste una agenzia governativa che si occupi direttamente di servizi per il mondo del volontariato. Tuttavia esiste un dibattito in merito al livello qualitativo delle azioni condotte da volontari. La legislazione richiede un livello standard di qualità nei servizi offerti da professionisti in generale ma anche da volontari. Pertanto nel settore sanitario è in discussione una legge che prevede una formazione più lunga come prerequisito per l’accettazione di volontari nei servizi di autoambulanza.

2. BELGIO

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

Il Belgio è una monarchia indipendente dal 1830, con una lunga tradizione, ma le istituzioni sono state radicalmente modificate con la trasformazione, avvenuta il 14.VII.1993, da Regno a Stato federale, composto di tre Regioni (Bruxelles-capitale, Fiandre e Vallonia) e di tre Comunità (francese, fiamminga e germanofona, quest’ultima associata amministrativamente alla regione vallona)
Il quadro giuridico e amministrativo è reso articolato e complesso dalla struttura federale del paese, e possono verificarsi nette differenziazioni nelle legislazioni regionali.
Un ruolo storico preponderante nel volontariato è stato svolto dalla presenza della Chiesa, in un paese a larga maggioranza cattolica.
Il rapporto con lo Stato è stretto. Le organizzazioni di volontariato condividono con lo Stato la realizzazione della politica e, in certi settori dell’assistenza pubblica hanno una presenza prevalente, se non addirittura esclusiva.
Nonostante lo stretto legame con lo Stato, il volontariato spesso riesce ad individuare nuovi tipi di bisogni e ad esprimere servizi innovativi che possono successivamente entrare a far parte del sistema pubblico volontario dei servizi sociali.
Le comunità francese e fiamminga, e quella germanofona, provvedono al finanziamento dei servizi, insieme alle autorità locali.
Il concetto di volontariato è tradotto con il termine bénévolat che indica: persona che dedica alcune ore settimanali ad attività a scopo caritativo senza alcun compenso.
Il lavoro volontario a tempo pieno, comporta lo status giuridico di lavoratore (stipendio minimo più assicurazione), in modo simile a quanto avviene in Francia

b) Il diritto delle associazioni e delle fondazioni

Il diritto di associazione è fissato dall’articolo 27 del recente testo costituzionale del 1994.
La legislazione che regola le associazioni risale al 25.10.1919, per quanto riguarda le associazioni internazionali e al 27.6.1921 per le associazioni senza scopo di lucro “sans but lucratif” (ASBL) e con riconoscimento di pubblica utilità
Le associazioni internazionali si distinguono per l’appartenenza al diritto belga o al diritto estero Legge 25 ottobre 1919. Quest’ultima tipologia si rivela di notevole importanza dato l’interesse delle associazioni dei paesi membri della Comunità europea o di loro coordinamenti, ad avere una rappresentanza presso le sedi di Bruxelles dell’Unione europea.
Le tipologie di attività associativa sono molto ampie e vanno da una utilizzazione impropria, e quindi abusiva dello statuto di associazione, per attività prevalentemente economiche, alla realizzazione di servizi e promozione di interessi professionali, ad attività di natura scientifica e medica, ad interessi di natura sociale.
A parte le associazioni di fatto, che comunque si basano su un accordo tra i membri pienamente valido sul piano giuridico, per le Asbl è sufficiente pubblicare lo statuto dell’associazione con l’indicazione dei nomi degli amministratori per ottenere la personalità giuridica.
Una condizione particolare riguarda le associazioni riconosciute (agréé), che necessitano di un atto legislativo specifico o di un decreto di riconoscimento emanato dall’autorità regia o ministeriale. Il riconoscimento ha durata limitata a tre anni, ma è rinnovabile.
La legge del 16 marzo 1995 ha introdotto un nuovo statuto di diritto commerciale per le società con finalità sociali (SBS “Sociétés à but social”).
Alcune condizioni particolari di riconoscimento giuridico riguardano le associazioni che si occupano di educazione permanente degli adulti, in base al Decreto Regio del 6 giugno 1971, recepito nella comunità francofona con il decreto dell’8 aprile 1976. Le associazioni che si occupano di formazione permanente ricevono un sostegno per le attività di formazione con la corresponsione di una indennità per i formatori (pari al 75% dello stipendio di un insegnante di scuola media) e di un parziale contributo alle spese generali di gestione effettivamente sostenute. Nella Comunità fiamminga l’intervento a favore dell’educazione permanente è più recente e risale al 28.6.1990.
La legislazione regionale specifica sul volontariato differenzia nettamente le due regioni principali del Belgio, la regione francofona e quella fiamminga.
Non esiste alcuna legislazione nella parte francofona. Qui il lavoro delle associazioni si basa prevalentemente sulla valorizzazione dell’attività dei volontari. Tuttavia viene stipulata una convenzione tra il volontario e l’associazione in base alla quale viene stabilita la natura dell’impegno del volontario, la sua durata e la copertura assicurativa a carico dell’associazione.
Il Governo fiammingo ha invece una legislazione specifica che riguarda le attività di volontariato sovvenzionabili da parte del Governo. Una disposizione del maggio 1995, relativa al settore sociale e sanitario, e le sue successive modificazioni, stabilisce quali tipi di associazioni sono sovvenzionabili per i costi relativi all’attività dei volontari, in base ad una classificazione dello scopo principale perseguito dall’associazione. Rientrano tra gli scopi l’umanizzazione delle istituzioni, le cure definite come “palliative”, la solidarietà intergenerazionale, le iniziative interculturali, l’assistenza pratica a malati e portatori di handicap, le attività rivolte al rafforzamento della personalità dei giovani, le attività di sostegno volte a promuovere l’autonomia di persone svantaggiate.
L’organizzazione che chiede una sovvenzione deve dimostrare all’atto della richiesta che le attività di cui chiede il sovvenzionamento rispondono ad un bisogno sociale rilevante e che esiste una carenza in quell’ambito dei servizi professionali di cura e di aiuto.
Nell’articolo 2, si specificano le voci di spesa rimborsabili relative all’attività dei bénévol. Queste riguardano, in ordine gerarchico di importanza e quindi di finanziabilità in base ai fondi disponibili: l’assicurazione per i volontari, le spese per la formazione dei volontari, le spese di funzionamento dell’organizzazione, le spese necessarie per l’avvio delle attività.

3. DANIMARCA

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

Dal 1830 si è avuto un forte sviluppo della politica del Welfare State, tale per cui anche il mondo del volontariato premeva affinché lo Stato sviluppasse direttamente i servizi necessari, soprattutto in campo sociale e sanitario.
Il ruolo dello Stato è quindi preponderante ed è considerato come l’unico erogatore di servizi.
Contemporaneamente il volontariato, non avendo un peso rilevante in questi settori ha perso di visibilità ed è stato associato ad una idea di arretratezza e di scarsa incisività. In altri settori, cultura, sport, ambiente, il volontariato ha rivestito notevole importanza. In altre parole il modello di assistenza danese ha spinto il volontariato ad assumere altri ruoli come quello della militanza, della tutela, dell’innovazione. Il volontariato promuove l’innovazione, svolge un’azione di critica nei confronti delle istituzioni e offre servizi in ambiti non toccati dall’azione dello Stato.
Negli anni ‘80 e ‘90, si è assistito ad una discussione sul ruolo dello stato e si è cominciato a guardare al volontariato come settore capace di produrre servizi. Vi è stata quindi una notevole inversione di tendenza che ha portato a considerare il ruolo dei volontari all’interno dei servizi offerti dallo Stato.
Molte organizzazioni di volontariato ricevono un finanziamento pubblico, che rappresenta anche il 50/70% delle loro entrate.
Il Governo ha impiegato notevoli risorse finanziarie nei progetti di sviluppo del volontariato, enfatizzandone anche dal punto di vista ideologico, il ruolo e le potenzialità. Tuttavia si verificano dei rischi per un volontariato che si configura soprattutto come dispensatore di servizi a basso costo, dipendente dai finanziamenti dello stato, con una figura del volontario che tende a scomparire dietro la crescente professionalizzazione dei servizi.
E’ importante distinguere tra la figura del volontario, cioè gli individui che si dedicano ad attività di volontariato e le organizzazioni in cui i volontari operano. Infatti mentre l’attività volontaria può essere svolta senza nessuna spesa, ed il volontario non è retribuito, tuttavia l’organizzazione sostiene dei costi nell’erogare i servizi.
La terminologia impiegata porta a notevoli confusioni. Il termine volontario è nel senso comune associato al reclutamento di volontari nell’esercito. Pertanto si preferisce specificare l’attività come “lavoro volontario sociale” e gli stessi attori preferiscono definirsi come attivisti, membri di commissioni, “amici di” ed ogni altra espressione che esplicita la tipologia di azione volontaria svolta.
Il “lavoro sociale volontario” si esplica principalmente nel lavoro all’interno delle commissioni, organizzazione delle attività, raccolta di denaro, visite a domicilio, informazione, pubbliche relazioni

b) Servizi per il volontariato e strutture di coordinamento

Esistono grandi organizzazioni a livello nazionale e una miriade di piccole associazioni a livello locale. Circa 400 organizzazioni nazionali sono registrate con l’espressione “Lavoro sociale volontario”. In aggiunta sono presenti organismi nazionali nel campo della cultura, sport, ambiente, cooperazione internazionale.
Esistono organizzazioni ombrello in particolari settori.
Nel 1983 è stata creata la Commissione Nazionale per il Lavoro Volontario, sotto gli auspici del Ministero degli Affari Sociali. Suoi scopi sono promuovere il volontariato, favorirne la crescita, sviluppare la cooperazione tra volontariato e stato.
Nel 1992 è stato istituito il Centro Volontari Danese, per promuovere e sostenere lo sviluppo del volontariato offrendo servizi informativi, di preparazione e documentazione sul volontariato. Nei primi anni ‘90 è stato sperimentato con successo un Ufficio Volontari con tre sedi territoriali, per la promozione locale del volontariato. Ha fatto seguito la realizzazione di 18 progetti di agenzie di servizio per il volontariato con prospettiva di espansione progressiva. Sussiste un grave problema relativo al finanziamento di queste agenzie.

c) Il diritto delle associazioni e delle fondazioni

Associazioni e fondazioni: Legge. 6.6.1984.
Le detrazioni fiscali sulle donazioni sono molto basse e risultano scarsamente incisive.
La regolamentazione relativa ai contributi pubblici a favore del volontariato espone il volontariato al rischio di fraintendimento sulle sue finalità generali.

4. FINLANDIA

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

Il volontariato in Finlandia si è sviluppato all’interno del tipico concetto di welfare dei paesi del nord Europa, in cui lo Stato svolge l’azione primaria nei confronti dell’assistenza sociale. Le organizzazioni di volontariato hanno iniziato a svolgere compiti che poi hanno assunto la forma di servizi pubblici.
E’ possibile svolgere attività volontarie all’interno delle istituzioni ed inoltre sono molto diffuse le iniziative a livello di quartiere.
Esistono due organismi a livello nazionale di coordinamento tra le organizzazioni di volontariato: sono la Federazione Finlandese per l’Assistenza e gli Affari Sociali, che si propone lo scopo di migliorare il sistema della assistenza sanitaria e sociale e l’Associazione per la Cooperazione tra le Organizzazioni sociali e sanitarie, che mira a rendere più efficace e migliore il lavoro dei volontari, anche attraverso interventi rivolti alle autorità e a modificare le politiche .
Nella terminologia impiegata per designare il volontario si preferisce parlare di “attività volontaria”, piuttosto che di “lavoro volontario” per sottolineare la differenza rispetto al lavoro remunerato.

5. FRANCIA

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

Il termine che più si avvicina al nostro concetto di volontariato è quello di “bénévolat” che indica una azione caritativa, svolta senza costrizioni, ma anche senza retribuzione. Il termine “volontario” può designare anche chi lavora nelle associazioni volontarie ricevendo uno stipendio. Il volontario a tempo pieno può quindi essere considerato a tutti gli effetti un lavoratore, con le garanzie conseguenti, salario minimo e altri diritti.
In Francia lo spazio per il volontariato si identifica con lo spazio occupato dalle associazioni. La gamma delle attività e degli interessi è molto ampia.
Contemporaneamente è forte la presenza di altre forme di solidarietà realizzate da altri attori sociali (chiese, movimenti dei lavoratori, imprese).
Il sistema di sicurezza sociale pubblico offre una efficace rete di protezione. La macchina dello Stato è però un sistema complesso e burocratico.
A parte la legge sulle associazioni che risale al 1901, in Francia non si è proceduto ad una regolamentazione specifica del volontariato e gli incentivi da parte dello stato sono stati minimi almeno fino agli anni ‘80, quando i mutamenti nel welfare state hanno contribuito ad un nuovo atteggiamento e ad un maggiore interesse delle istituzioni nei confronti del terzo settore. Nei primi anni Novanta, la consistenza numerica del volontariato è rimasta sostanzialmente stabile.
I volontari agiscono all’interno di associazioni che ricevono denaro da fondi pubblici o donazioni e finanziamenti da privati.
Complessivamente il fenomeno dello sviluppo del fenomeno associativo è riconosciuto e sostenuto dallo Stato e dalle comunità locali. Tale attenzione è testimoniata anche dalla circolare del Primo Ministro, del 14 settembre 1998, relativa allo sviluppo della vita associativa, in vista anche dell’anno 2001, centenario della legge francese (1901) sulle associazioni e anno europeo delle associazioni. Inoltre l’attenzione del Governo è testimoniata dall’iniziativa di convocare un Convegno nazionale sulla vita associativa per febbraio 1999.
Il sistema francese non è di tipo sussidiario, ma piuttosto complementare. Per certi servizi lo Stato preferisce elargire finanziamenti ad associazioni, piuttosto che istituire nuovi servizi.
Esiste piuttosto una dualità tra i beneficiari dei servizi pubblici e i destinatari dell’azione dei volontari, che appartengono a fasce sociali e a nuovi tipi di povertà a cui la potente struttura dello stato non dà risposta.
Frutto della nuova attenzione, sono le esenzioni fiscali ai volontari e la concessione di permessi a coloro che si assentano dal lavoro per partecipare a riunioni direttive delle organizzazioni o di istituzioni di coordinamento e rappresentanza.

b) Il diritto delle associazioni e delle fondazioni

In Francia esiste un quadro giuridico specifico per le organizzazioni come associazioni, fondazioni e cooperative sociali.
Il testo legislativo di riferimento è costituito dalla legge 1.7.1901 (e dal decreto applicativo del 16.8.1901) che regola il diritto di associazione e in particolare le associazioni “à but non lucratif“:
Per le fondazioni i riferimenti legislativi sono la legge 23.6.1987, modificata dalla legge del 4.6.1990.
Esiste inoltre una legge sulle cooperative a fini sociali del 10.9.1947, che permette alle associazioni di raggrupparsi in cooperative.
Non esiste invece una regolamentazione specifica delle associazioni di volontariato, diversa dalla legge relativa alle associazioni senza fini di lucro, all’interno delle quali possono essere compresi dipendenti salariati, ma il cui funzionamento dipende in larga parte dall’attività dei bénévol.
Esiste inoltre un Decreto del 30.1.1995 relativo al volontariato per la solidarietà internazionale e una Legge del 28.10.1997 che regola il volontariato civile, nel quadro della progressiva abolizione del servizio di leva obbligatorio militare o civile.
E’ attualmente in preparazione un progetto di legge per definire lo statuto dei volontari. Il testo si richiama al Decreto sul volontariato internazionale di cui costituisce una sostanziale estensione dei contenuti.

Per costituire una associazione occorre una convenzione tra due o più persone che intendono mettere in comune stabilmente le loro conoscenze e attività per uno scopo diverso da quello di ripartirsi i benefici derivanti. Per avere capacità giuridica occorre trasmettere una dichiarazione alla Prefettura, allegando gli statuti dell’associazione. Pertanto non è richiesta nessuna autorizzazione, né dichiarazione preliminare dell’autorità. La costituzione di una associazione non può essere oggetto di controlli a priori da parte di una autorità privata o pubblica. La dichiarazione alla Prefettura, sempre facoltativa, non costituisce domanda di autorizzazione. Il Prefetto ha una competenza limitata all’emissione della ricevuta. Lo scopo della registrazione consiste nel permettere all’associazione di ottenere la capacità e la personalità giuridica. Presso le Prefetture esistono pertanto i registri delle associazioni.
In base al tipo di attività principale svolto dall’associazione si applicano legislazioni particolari che afferiscono a sezioni diverse del Diritto (commerciale, del lavoro, della sicurezza sociale, diritto fiscale, penale, amministrativo)
Esistono vantaggi per tutte le associazioni previsti da testi di legge specifici, ma in particolare per le associazioni di interesse generale e le associazioni di pubblica utilità.
Benefici particolari per i volontari riguardano solo quelle attività a cui corrispondono dei rischi (attività di protezione civile, vigili del fuoco volontari). Le associazioni di interesse generale e le associazioni di pubblica utilità sono sovvenzionate a livello nazionale e provinciale, ma le sovvenzioni sono rivolte alle attività e non ai volontari.
Tra i benefici concessi ai volontari, senza che questi costituiscano un statuto specifico del volontario, sono disperse in disposizioni particolari relative ai congedi lavorativi per presenziare riunioni presso le autorità e gli organismi a livello locale e nazionale. Oltre alle già citate disposizioni sulle coperture assicurative, esistono disposizioni che agevolano la fruizione di opportunità formative.

c) Servizi per il volontariato e strutture di coordinamento

Esistono forme di coordinamento tra le associazioni senza fini di lucro. Il 28 ottobre 1991 è stata istituita con Decreto la Delegazione interministeriale per l’innovazione sociale e l’economia sociale il cui obiettivo consiste nel coordinare e proporre le misure destinate a favorire lo sviluppo delle cooperative, mutue, associazioni e promuovere le innovazioni auspicabili.
Esiste inoltre il Consiglio Nazionale della Vita Associativa, istituito per Decreto il 25 febbraio 1983, che consiste in un organismo di rappresentanza del mondo associativo i cui membri rappresentano le associazioni. I membri sono nominati dal Primo Ministro e dai ministeri competenti. Il Consiglio Nazionale per la Vita Associativa fornisce pareri sulle questioni riguardanti la vita associativa, conduce studi e analisi opportune e redige un bilancio annuale.
Esistono poi coordinamenti creati dalle associazioni stesse che assumono la forma di federazioni o unioni di associazioni (per esempio l’Uniopss, Union Nationale Interféderale de Services et Organismes Privés Sanitaires et Sociaux, il Cnajep, Comité Nationale des Associations de Jeunesse et d’Education Populaire). Altri raggruppamenti in federazioni riguardano associazioni che lavorano in determinati ambiti (cultura, ambiente, agricoltura, aiuto ai paesi in via di sviluppo).
Tutte le unioni e federazioni sono raggruppate nella Conferenza Permanente dei Coordinamenti di Associazioni, creata nel 1992 per assicurare una base di concertazione e di rappresentanza del mondo associativo. La presidenza del CPCA viene tenuta a turno.
Esistono strutture di servizio per il volontariato nell’ambito dell’informazione e della documentazione, della consulenza, della formazione.
Il Consiglio Nazionale del Volontariato, creato nel 1974 dalle associazioni stesse, per promuovere il volontariato presso le strutture pubbliche, diffondere informazione e sensibilizzare attraverso i media, organizzare campagne di informazione, creare una rete di centri regionali in tutta la Francia, ne sono stati istituiti 57, per contribuire alla formazione dei volontari al lavoro e alla partecipazione nelle associazioni e realizzare centri di documentazione.
A livello statale esiste il Fondo Nazionale per lo Sviluppo della Vita Associativa, legge del 29 Dicembre 1984, sotto forma di un capitolo speciale di spesa. E’ considerato un utile strumento di promozione del volontariato e favorisce lo sviluppo della pratica associativa con particolare attenzione alla formazione individuale e collettiva.
Inoltre i Centri di formazione dei lavoratori in campo sociale organizzano attività di formazione per dirigenti e amministratori di associazioni e talvolta sono anche rivolti ai bénévol.

6. GERMANIA

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

In Germania, si è assistito ad uno sviluppo attraverso fasi alterne e con una crescita irregolare, intrecciato saldamente alla storia generale del paese, e alle drammatiche vicende del nazismo e del regime comunista nella Germania dell’Est. Inoltre la recente riunificazione tedesca (3.10.1990), unita alla diffusa trasformazione dei sistemi del welfare, propone ulteriormente il problema della ridefinizione del ruolo dl volontariato. Le informazioni che abbiamo raccolto, riguardano per gli eventi anteriori al 1990, esclusivamente la Repubblica Federale Tedesca.
La traduzione in tedesco del termine volontario rimanda ad una espressione controversa e fuorviante che può essere resa con l’equivalente di “soccorritore onorario” (Ehrenamtlicher Helfer)
I settori di impiego dei volontari riguardano diversi settori di assistenza con differenti denominazioni e caratterizzazione ideologica e religiosa
(Arbeiterwohlfahrt, Caritas, Diakonie, Deutscher Paritatischer, Wohlfahrserbänd, Deutsches Rotes Kreuz)
Le cosiddette “freie Wohlfahrserbänd”, che consistono in organizzazioni ombrello che si occupano di servizi sociali volontari, si differenziano fortemente al loro interno per tipologie di impiego dei volontari e peraltro anche sulla capacità di offrire dati conoscitivi sulla loro realtà.

b) Servizi per il volontariato e strutture di coordinamento

In Germania l’organizzazione del volontariato e in generale l’organizzazione dell’assistenza sociale, segue il principio giuridico della sussidiarietà, in base al quale lo Stato deve intervenire solo dopo che sono state verificate altre possibilità di intervento e di sostegno.
Non esiste una istituzione nazionale che possa promuovere una politica comune e stabilire standard di livello per il volontariato. Manca anche una rete di agenzie, diffuse a livello locale in grado di sostenere l’impiego dei volontari.
Un primo passo in avanti è stato compiuto, negli anni Settanta, con la proposta di istituire un “Bundesanstalt für das Ehrenamt”.
Un primo Ufficio per il volontariato tedesco è stato istituito a Monaco (“Münchner Helfer Information”) nel 1979 e successivamente a Berlino.
E’ forte invece il ruolo svolto da sei grandi organizzazioni che coordinano il Settore volontario a livello nazionale che formano l’ “Associazione Federale delle Agenzie Volontarie di Lavoro Sociale” (BAGFW – Bundesarbeitsgemeinschaft der Freien Wohlfahrtspflege E.V. con sede a Bonn). Tale organismo viene frequentemente consultato per tutto ciò che riguarda la legislazione sociale. Ne fanno parte l’Agenzia federale di auto-aiuto dei lavoratori, l’agenzia dei Servizi della Chiesa Protestante, la Fondazione Caritas, l’associazione tedesca di auto-aiuto non confessionale, la Croce rossa tedesca, l’Ufficio Centrale di Assistenza della Comunità Ebraica in Germania.

c) Il diritto delle associazioni e delle fondazioni

Associazioni e fondazioni dipendono dall’art. 21 all’art. 88 del Codice civile.
Esiste la denominazione di “organizzazioni di volontariato”, dove il lavoro è svolto principalmente da volontari non pagati. In genere la forma di queste organizzazioni è relativa allo status di pubblica utilità. Esistono comunque altri generi di iniziative che non ricadono nella definizione di pubblica utilità. Per ottenere il riconoscimento di quest’ultimo status, occorre sottoporre alla commissione preposta lo statuto e gli articoli del regolamento.
Esistono forme di registrazione in determinati settori del lavoro volontario, ad esempio per le associazioni sportive, ma non esiste un registro generale. La Fondazione Bürger für Bürger, ha in progetto un registro generale. A livello locale esiste un centinaio di agenzie in grado di offrire informazioni per orientare volontari verso associazioni dove prestare la loro opera. Spesso però queste informazioni si limitano ad essere contenute in uno schedario o rimandano alla competenza individuale dell’operatore.

7. GRECIA

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

La storia di questo paese è attraversata da un travagliato periodo caratterizzato da disastri bellici, da calamità naturali e dalla dittatura iniziata nel 1967 con un colpo di Stato e terminata nel 1974 con l’istituzione di una Repubblica unitaria.
Una presenza debole dello Stato, fino agli anni ‘50 è stata rimpiazzata dal ruolo della Chiesa cattolica nell’assistenza alle forme di povertà e di emarginazione. Progressivamente lo Stato ha cercato di estendere la propria attività nella distribuzione dei servizi, riducendo l’importanza del volontariato. L’assistenza sociale si presenta articolata diversamente nel territorio, spesso con una combinazione di servizi statali e volontari, ma in talune aree con la prevalenza di quelli volontari.
Le organizzazioni di volontariato ricevono finanziamenti da parte dello Stato greco.
Negli anni ‘80 il governo, pur aumentando i fondi destinati ai servizi gestiti dalle organizzazioni di volontariato ha potenziato le strutture pubbliche. Contemporaneamente è cresciuta anche l’offerta privata di servizi.
Esistono grandi associazioni a livello nazionale tra cui la Croce Rossa, l’Associazione Cristiana dei Giovani e l’Associazione cristiana delle ragazze.
Associazioni e fondazioni dipendono dall’articolo 78 e seguenti del codice civile.

8. IRLANDA

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

In Irlanda il volontariato ha una lunga tradizione. Nasce su un modello di impegno saldamente legato al ruolo che la Chiesa cattolica ha svolto nei confronti delle famiglie, dei servizi sociali e della beneficenza. Pertanto si è trattato in gran parte dello sviluppo di azioni caritatevoli intrecciate con l’opera di ordini religiosi. L’assoluta prevalenza delle organizzazioni cattoliche fino agli anni Sessanta è andata attenuandosi con l’affermazione dei diritti sociali, della donna in particolare, e la crescita dei gruppi locali e di auto aiuto.
La definizione di volontariato è legata al concetto di “scopi caritatevoli” di cui non esiste una precisa definizione, nonostante esistano diversi atti legislativi a riguardo. La Corte irlandese li chiarifica come: miglioramento della condizione dei poveri, diffusione dell’istruzione, diffusione della religione, altri scopi che portino beneficio alla comunità.
Un ente benefico, che gode di vantaggi fiscali, è definito come insieme di persone o trust fondato per scopi caritatevoli.
Rispetto allo Stato il volontariato svolge un ruolo di volta in volta supplementare o complementare, ma talvolta è l’unico fornitore di particolari servizi. Il mondo del volontariato ha una lunga tradizione nella capacità di concepire forme innovative di servizio.

b) Servizi per il volontariato e strutture di coordinamento

Per facilitare la crescita delle organizzazioni di volontariato è stato istituito il National Social Service Board (1971), il quale svolge anche attività di ricerca e di censimento delle organizzazioni di volontariato
A livello locale un forte impulso è stato dato dalle Commissioni Sanitarie Regionali, istituite nel 1972, le quali in base all’articolo 65 della legislazione sulla sanità del 1953, hanno sostenuto le organizzazioni volontarie che fornivano servizi simili o complementari a quelli dello Stato.
Il rapporto con le istituzioni dello stato è sancito da alcune leggi (come l’Housing Act del 1988) che prevedono l’obbligo da parte delle autorità locali di consultare le organizzazioni di volontariato per determinare le priorità di intervento
Problematiche relative al rapporto con lo Stato riguardano la pianificazione dei servizi e la loro articolazione territoriale. Inoltre la dipendenza del settore del volontariato dai fondi statali e la precarietà, l’irregolarità e il ritardo nella distribuzione dei fondi ha creato incertezza e ha innescato meccanismi di competizione piuttosto che di coordinamento e collaborazione.
Esistono coordinamenti e reti di associazioni, promosse dalle organizzazione stesse, in differenti settori di attività. In genere offrono servizi di supporto e svolgono azioni di pressione politica per tutelare i propri interessi.
A livello governativo esistono due Agenzie: The Combat Poverty Agency e The National Social Services Board, che offrono una gamma di servizi di informazione, ricerca e formazione e altri servizi per lo sviluppo delle organizzazioni e le comunità di volontariato.

c) Il diritto delle associazioni e delle fondazioni

Rispetto alla legislazione vigente, non si individua un particolare status legale per le organizzazioni non profit, per quanto l’autorità preposta al Fisco (Revenue Commissioners), opera secondo uno schema che distingue e riconosce esenzioni fiscali alle organizzazioni di volontariato che hanno ottenuto il riconoscimento e la registrazione come organizzazioni per scopi di beneficenza.
Al di fuori di questa distinzione non esiste un’unica forma di costituzione disponibile per le organizzazioni di volontariato. Molte cooperative di lavoratori e produttori e altre organizzazioni mutualistiche sono registrate come friendly society, cioè associazioni di mutuo soccorso, altre si costituiscono come società a responsabilità limitata da garanzia, cioè utilizzano la struttura di una società commerciale, modificata per venire incontro alle esigenze organizzative del non profit.
Non esiste un registro ufficiale delle organizzazioni, e pertanto anche gli studi compiuti sul fenomeno risultano parziali.
Lo Stato finanzia un’ampia gamma di organizzazioni di volontariato e di comunità ma all’interno di specifici obiettivi e programmi.

9. LUSSEMBURGO

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

Il Paese è caratterizzato da un elevato livello di benessere diffuso e dall’alto tasso di occupazione, da una composizione culturale molto varia. Nella storia del volontariato la Chiesa cattolica ha giocato un ruolo rilevante per quanto riguarda la carità e l’assistenza.
Dagli anni ‘70, lo Stato ha intrattenuto con le organizzazioni di volontariato uno stretto rapporto, in cui finanziava i servizi erogati, le spese di gestione e sosteneva l’amministrazione. Il rapporto si è sviluppato in un clima in larga parte privo di conflitti, in cui ad una certa burocratizzazione del volontariato, corrisponde una coordinazione ed una efficacia nei servizi offerti.
Esistono, accanto alle grandi organizzazioni di volontariato, finanziate in larga misura dallo Stato, anche piccole associazioni che si occupano di bisogni specifici, che si appoggiano di preferenza sulle collettività locali. I gruppi popolari e di auto aiuto sono rari e anche il movimento sindacale non svolge un ruolo particolare nello sviluppo della solidarietà e risente di un clima privo di situazioni critiche.

b) Il diritto delle associazioni e delle fondazioni

Associazioni “sans but lucratif“, fondazioni senza scopo di lucro e istituzioni di pubblica utilità dipendono dalla Legge del 21.4.1928. Per le associazioni è richiesto lo statuto, redatto sulla base delle caratteristiche stabilite per legge, e l’elenco delle persone che costituiscono il comitato, con le cariche di presidente, vice presidente, segretario, tesoriere.
Con il conseguimento della personalità giuridica si limita la responsabilità personale dei membri e si possono ricevere sussidi pubblici.
Le organizzazioni di volontariato sono definite “organization bénévol”; non esiste però un riferimento normativo particolare, al di fuori dalla legge del 1928. E’ in discussione in Parlamento un progetto di legge riguardante un servizio volontario inteso come attività di interesse generale, svolta con impegno continuativo per un periodo di 6-12 mesi.
Esistono misure indirette e non generalizzate che agevolano le associazioni: formazione offerta dallo Stato, disponibilità di locali, possibilità per le grandi associazioni di disporre di personale temporaneo retribuito attraverso i finanziamenti previsti dalle misure di lotta contro la disoccupazione.
Alcune agevolazioni particolari riguardano ambiti specifici come la formazione offerta dal Service National de la Jeunesse, ma destinata solo alle organizzazioni che operano nel settore dei giovani.
Non esistono vantaggi diretti per i volontari, ma solo vantaggi per le associazioni, in campi specifici e senza riferimento alla natura volontaria dell’associazione. Inoltre generalmente le associazioni che ricevono finanziamenti lavorano con collaboratori professionisti. Eccezioni rilevanti sono il corpo dei vigili del fuoco e la protezione civile in cui vi è un ruolo determinante dei bénévol.

10. PAESI BASSI

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

Caratteristiche della cultura e dello Stato nei Paesi Bassi sono l’assenza di uno stato centralizzato, il pluralismo religioso, nonostante la predominanza quantitativa del Calvinismo, un forte senso di egualitarismo.
Il sistema olandese si caratterizza per la presenza quasi esclusiva delle organizzazioni di volontariato nella gestione dei servizi pubblici nel settore della solidarietà sociale. Pertanto le politiche governative sono realizzate in larga parte dalle organizzazioni di volontariato, che ricevono finanziamenti dallo Stato anche fino al 90% del loro bilancio.
La storia del volontariato, a cavallo tra il secolo scorso e il nostro, è stata segnata da una diffusa capacità di mobilitazione, che ha mantenuto distinti i diversi gruppi della società e ha indotto una spiccata segmentazione della società con una distinzione forte tra società confessionale e secolarizzata, e all’interno di queste tra cattolici e protestanti, tra liberali e socialisti.
Dagli anni Sessanta, si è assistito ad un graduale ritiro dei volontari dalle organizzazioni di servizi sociali e sanitari, fortemente professionalizzate e consolidate per una maggiore intensificazione dell’impegno in quelle associazioni e quei settori dove lavorano principalmente i volontari e che non dipendono da sovvenzionamenti dello stato come la Croce Rossa e l’Esercito della Salvezza. Ma anche un aumento della conflittualità ha portato ad un nuovo movimento di protesta e alla nascita di organizzazioni volontarie in altri settori diversi da quello assistenziale e sanitario (secondo la lingua olandese solo questi sarebbero gli ambiti specifici che corrispondono all’impegno volontario), come il settore dell’ambiente, e secondo forme di organizzazione legate al mutuo e all’auto aiuto.
Gli anni Settanta e Ottanta hanno visto un taglio dei sussidi per l’assistenza, per fronteggiare il deficit dello Stato, e le organizzazioni di volontariato, per quanto dipendenti dai fondi statali hanno mantenuto una elevata autonomia rispetto anche al tentativo dello Stato di introdurre regolamentazioni.
La tendenza dello Stato fin dagli anni Settanta è stata quella di decentralizzare fortemente il finanziamento dei servizi sociali. Tuttavia la quantità di fondi disponibili è diminuita, con una conseguente crescita della competizione tra le organizzazioni locali per l’assegnazione dei sussidi.
La legislazione vigente non prevede alcuna remunerazione finanziaria per i volontari, neppure la possibilità di una cifra simbolica. Anche i rimborsi non documentati dalle ricevute delle spese effettuate hanno una quota massima consentita.
Il volontariato è presente in tutti i tradizionali settori dell’assistenza sociale: previdenza, alloggi, istruzione, sanità, servizi sociali alle persone. Alcuni di questi settori sono gestiti in gran parte da organizzazioni volontarie, come il settore dell’istruzione, dei servizi sanitari e dei servizi alle persone. Ma buona parte dei volontari lavora in associazioni religiose, partiti e gruppi politici e di opinione, associazioni sportive e del tempo libero.

b) Servizi per il volontariato e strutture di coordinamento

Esistono sovrastrutture organizzative delle organizzazioni di volontariato che svolgono attività di intermediazione, che coordinano le agenzie locali o regionali e forniscono risorse per la formazione, lo sviluppo e la ricerca e inoltre forniscono sostegno tecnico e finanziario. In queste strutture vi è una elevata professionalizzazione e possono ricevere sovvenzionamenti statali, da parte del governo centrale.
Le organizzazioni volontarie sono autonome e autogestite, pertanto distinte dagli organi governativi, ma il sistema assistenziale olandese si appoggia quasi esclusivamente sulle organizzazioni volontarie, che ricevono un finanziamento dai fondi dello Stato. Nei settori di volontariato diversi da quelli tradizionali, le fonti di risorse sono diverse: da quelle istituzionali (del governo centrale o a livello locale),
da raccolte di fondi, donazioni private, quote di iscrizione, servizi a pagamento, autofinanziamento.

c) Il diritto delle associazioni e delle fondazioni

La libertà di associazione fu sancita già nella costituzione del 1848, che ampliò anche il ventaglio delle libertà civili.
Associazioni e fondazioni dipendono dal II titolo e dagli articoli 286-304 del Codici civile.

11. PORTOGALLO

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

L’ordinamento dello Stato consiste in una forma repubblicana basata su una Costituzione approvata nel 1976 e successivamente modificata (nel 1982 e 1989).
La Costituzione prevede un impegno dello Stato a sostenere e organizzare un sistema di servizi sociali unificato e decentralizzato. Il sistema dovrà quindi integrare servizi dello Stato a servizi offerti da soggetti no-profit.
Un ruolo storico importante nel sistema dell’assistenza sociale, nel periodo precedente la rivoluzione del 1974, è stato svolto dalle organizzazioni cattoliche. Ancora oggi, nonostante il sorgere di gruppi non confessionali, il ruolo tradizionale associato alle organizzazioni cattoliche è preponderante.
Esiste un coordinamento regionale delle organizzazioni di volontariato.
Associazioni e fondazioni dipendono dagli articoli 167 a 194 del Codice civile.
 
12. REGNO UNITO

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

Una lunga tradizione di volontariato caratterizza il Regno Unito. Una delle maggiori istituzioni riguarda le opere caritative, tuttora attive e legate alla Chiesa.
Ma anche le forme di mutua assistenza legate al movimento operaio e sindacale, hanno svolto un ruolo storico determinante.

b) Servizi per il volontariato e strutture di coordinamento

La più importante forma di coordinamento è costituita dal Consiglio Nazionale delle Organizzazioni di Volontariato (NCVO), che svolge un’intensa azione di informazione sulla legislazione e le forme di sovvenzione, offre assistenza alla gestione e allo sviluppo, fornisce dati e analisi sulla realtà del volontariato, stimola la creazione di reti locali di coordinamento tra associazioni di volontariato, svolge un’attività di contatto con il potere centrale e locale.
Un censimento delle organizzazioni di volontariato è reso difficile dalla grande varietà di organizzazioni attive. Esiste un registro ufficiale delle associazioni che beneficiano dello statuto di “Carità”, ma la gran parte delle organizzazioni di volontariato non sono “Carità”.

c) Il diritto delle associazioni e delle fondazioni

Sono presenti le seguenti tipologie di forme istituzionali:
– “Companies limited by guarantee” (Società a responsabilità limitata da garanzia);
– “Organisations incorporated by Royal Charter or Act of Parliament”;
– “Industrial and Provident Societies” o “Friendly Societies” (associazioni di mutua assistenza);
– “all institutions established for exclusively charitable purposes”.

13. SPAGNA

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

Il decollo delle attività di volontariato è conseguente all’avvento del nuovo corso democratico nel paese, dopo la fine della dittatura di Franco. Sebbene il volontariato sia esistito anche durante il periodo della dittatura, le restrizioni al diritto di associazione ha costituito un impedimento alla formazione di organizzazioni al di fuori della Chiesa e dello Stato. Pertanto dal 1978, l’introduzione della nuova Costituzione ha consentito uno sviluppo delle organizzazioni e un nuovo approccio al volontariato
La Piattaforma per la Promozione del Volontariato (PPVE), creata nel dicembre del 1986 tra le maggiori associazioni di beneficenza e a carattere sociale, si è proposta proprio lo scopo di colmare una lacuna nello sviluppo del volontariato in Spagna e di promuovere una coscienza del volontariato nella società. D’altra parte i fondi a sostegno delle associazioni sociali e di beneficenza, si sono ridotti per la necessità di attuare tagli alla spesa pubblica e di ridefinire il ruolo dello Stato nella promozione e nello sviluppo del volontariato.
La legislazione in materia è recente e trova il riferimento principale nella legge n.6 del 1996, all’interno della quale si trova una definizione formale di volontariato e si indicano diritti e doveri connessi. Esiste una serie di disposizioni precedenti che riguardano aspetti particolari del volontariato o atti legislativi delle comunità autonome.
Nel passato recente non esisteva ancora nessuna definizione legislativa del volontariato o nessuna definizione ufficialmente riconosciuta.
Esiste uno status legale particolare per le organizzazioni non profit che rientrano nella categoria di fondazione, associazione di interesse pubblico, cooperativa di iniziativa sociale, altre organizzazioni particolari come la Croce Rossa o l’associazione per i ciechi. La legislazione su associazioni e fondazioni si basa sulla legge del 24.12.1964 e sull’articolo 35 del Codice Civile.
I requisiti per godere di questo status particolare rimandano alle condizioni stabilite dalla legge, all’assenza di fini di lucro e alla presenza di un interesse pubblico. Sono richieste anche determinate condizioni relative alle strutture, alle procedure decisionali, alle caratteristiche economiche. In caso di liquidazione o scioglimento il patrimonio dell’organizzazione deve essere destinato ad un’altra organizzazione non profit.
I benefici che derivano riguardano il regime fiscale, con deduzioni ed esenzioni in base alla natura dell’organizzazione, possibilità di accesso a fondi e aiuti finanziari, promozione da parte del Governo degli scopi e delle attività attraverso campagne pubbliche, iniziative legislative.
Non esiste in Spagna una distinzione giuridica tra organizzazioni non-profit e organizzazioni di volontariato, ma tutte le organizzazioni non profit citate sopra sono di volontariato quando utilizzano personale volontario all’interno delle proprie strutture.
Sono particolarmente incentivate le attività realizzate da organizzazioni che svolgono azioni sociali, che si occupano di ambiente, educazione, difesa civile, cooperazione sociale con i paesi in via di sviluppo.
L’attività dei volontari è tutelata da una legge statale che obbliga le organizzazione a fornire una copertura assicurazione contro gli incidenti sul lavoro e le invalidità.

c) Servizi per il volontariato e strutture di coordinamento

E’ stato da poco diffuso il “Piano Nazionale per il volontariato”, 1997-2000, a cura del Ministero del Lavoro e degli Affari Sociali, che prevede una serie di interventi a favore del volontariato e l’intensificazione di incentivi e strutture di supporto..
Esistono registri pubblici delle organizzazioni di volontariato, sia a livello nazionale sia regionale. Alcuni di questi sono istituiti per legge, come il Consiglio per la Gioventù, il Consiglio per gli anziani. E’ in corso di approvazione il progetto nazionale per un “Consiglio Nazionale delle ONG”.
Esiste una attività di formazione al volontariato, svolta anche da agenzie educative dello Stato, che organizzano seminari sul terzo settore, la gestione di programmi sociali, esistono titoli accademici (Master Degrees) relativi alla gestione di servizi sociali, di organizzazioni non governative, fondazioni.

14. SVEZIA

a) Il contesto storico e istituzionale di riferimento

Generalmente si considera il ruolo del volontariato in Svezia, e più in generale nella regione scandinava, come un ruolo secondario, se non marginale, rispetto al settore pubblico e alla sua capacità di erogare servizi assistenziali.
Il modello scandinavo si basa su una solidarietà istituzionalizzata, con un alto grado di assistenza dato dal settore pubblico e inoltre un elevato grado di professionalizzazione.
La storia evidenzia invece un ruolo notevole del volontariato e dell’associazionismo nel contribuire alla crescita democratica delle istituzioni. Questa storia è attestata anche dalle grandi organizzazioni tradizionali che tuttora svolgono un ruolo rilevante accanto agli sviluppi e alle tendenze più recenti. Più in generale ciò che caratterizza l’associazionismo in Svezia è l’interconnessione tra le organizzazioni e i movimenti sociali, piuttosto che la produzione di servizi. I cinque più grandi movimenti sociali hanno riguardato: il movimento dei contadini, il movimento laburista, il movimento religioso, il movimento degli astemi e dello sport. Caratteristica determinante è stata la struttura democratica delle associazioni e il principio dell’iscrizione. Il ruolo delle organizzazioni tradizionali è andato scemando nel secondo dopoguerra, per il crescere del ruolo dello Stato.
I settori di attività più rilevanti possono essere riassunti in tre raggruppamenti: riforme sociali, tempo libero e sviluppo della persona, tutela organizzata di interessi. In generale però non sono le associazioni a produrre direttamente i servizi. I servizi sono organizzati con ricorso a personale professionista, che lavorano in stretto rapporto con il governo e dipendono quasi interamente dal finanziamento del welfare state.
Lo Stato svolge anche un’azione di indirizzo politico, insieme alle associazioni più rappresentative convocate ai tavoli di programmazione e di monitoraggio della qualità dei servizi.
Un notevole sviluppo hanno le fondazioni in Svezia. La più celebre è la Fondazione Nobel. Le fondazioni hanno un ruolo rilevante, anche dal punto di vista economico, nel settore dell’educazione.

b) Il diritto delle associazioni e delle fondazioni

Non esiste una legislazione specifica per le associazioni, ovvero non esiste una disciplina del diritto scritto. E’ riconosciuto il diritto di associazione, ma con un’enfasi sul soggetto collettivo che viene a costituirsi, piuttosto che sul diritto dei singoli ad associarsi.
Sia le fondazioni che le associazioni hanno personalità giuridica, devono solo presentare uno statuto sufficientemente articolato e completo, non vi è obbligo di registrazione se non per le associazioni che svolgono attività economica, che sono tenuto ad essere iscritte nel registro commerciale.

La democrazia al bivio: rileggere oggi la Comunicazione del 1997

Il documento che pubblichiamo qui è la Comunicazione della Commissione Europea COM(1997) 241, intitolata Sulla Promozione del ruolo delle organizzazioni di volontariato e delle fondazioni in Europa”1. Non è un semplice reperto burocratico: è la fotografia di un momento in cui l’Europa sembrava crederci davvero. Era il 1997 e, per la prima volta, Bruxelles provava a mettere nero su bianco che il Terzo settore non era solo un tappabuchi per il welfare, ma un pilastro della democrazia europea.

Rileggerlo oggi ci ricorda quanto abbiamo perso per strada.

Dalla partecipazione all’esclusione: il tradimento di un’idea

Se guardiamo alla storia di questi trent’anni, la parabola dell’UE verso il terzo settore è impietosa. All’inizio, il problema dell’esistenza del Terzo settore l’Europa se lo poneva eccome. Il punto di partenza è insieme simbolico e concreto. Con il Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 fu allegata agli atti finali la Dichiarazione n. 232, dedicata alla cooperazione con le associazioni caritatevoli. Una dichiarazione breve, certo, ma che segnalava per la prima volta un’attenzione istituzionale al mondo dell’associazionismo non profit nell’ambito delle politiche comunitarie in materia sociale. Cinque anni dopo, nel giugno 1997, la Commissione pubblicò la Comunicazione COM(1997) 241, il primo documento organico che provava a costruire una visione d’insieme sul ruolo delle organizzazioni volontarie e delle fondazioni in Europa. Il culmine di questa fase arrivò nel 2001 con il Libro Bianco sulla governance europea (COM(2001) 428),3 che affrontò esplicitamente il problema della legittimità democratica dell’Unione.

C’era l’idea che per essere “più Europa” servisse più partecipazione dei cittadini organizzati, anche se solo l’Italia sancì questo principio in Costituzione, con l’introduzione nel 2001 del principio di sussidiarietà: Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Tutelando con ciò il terzo settore e le ONG, dalle svolte conservatrici, almeno davanti ai giudici. Non bastava più integrare mercati, sosteneva il documento: occorreva costruire partecipazione. Le organizzazioni della società civile — associazioni, ONG, fondazioni, realtà di base — venivano indicate come parte strutturale di un sistema di governance più aperto, anche se un po’ ambiguamente, perché viste come «cinghie di trasmissione» tra istituzioni e cittadini, senza rimarcare quell’ “autonoma iniziativa dei cittadini” sancita dalla nostra Costituzione. Quel principio trovò poi una base nel diritto primario con l’articolo 11 del Trattato di Lisbona (2007)4, che impone alle istituzioni europee di tenere un dialogo aperto, trasparente e regolare con le organizzazioni rappresentative della società civile. Sulla carta, era una svolta di non poco conto.

Poi, qualcosa si è rotto. L’Europa si è semplicemente dimenticata della sua anima sociale. Mentre le istituzioni si chiudevano nei tecnicismi della crisi del debito, lo spazio che doveva essere della democrazia è stato occupato dal discorso sovranista. Invece di sviluppare la democrazia, è partita la difesa del proprio orticello nazionale. Abbiamo assistito a un ribaltamento logico e politico: invece di capire che si conta di più partecipando insieme, molti governi hanno iniziato a pensare di contare di più escludendo gli altri, marchiando le ONG come “agenti stranieri” o nemici della nazione, come accaduto in Ungheria e Polonia e infine anche in Italia.

Un’Europa che si difende (da sé stessa)

Siamo passati dall’entusiasmo costituente degli anni ’90 a una fase puramente difensiva. Gli atti più recenti, come la Strategia per la Società Civile del 2025, non parlano più di espansione o di grandi sogni partecipativi. L’European Democracy Action Plan del 2020 (5) i rapporti annuali sullo Stato di diritto avviati nello stesso anno,6 la risoluzione del Parlamento Europeo sullo shrinking space for civil society del 2022,7 fino alla Strategia per la Società Civile adottata dalla Commissione Von der Leyen il 12 novembre 2025 (8): tutti questi atti registrano un ritorno di attenzione al tema, ma di natura prevalentemente difensiva. Non si tratta più di costruire un terzo settore europeo come architrave di una democrazia partecipativa più profonda, come ci si era immaginati nel 2001. Si tratta di proteggere quello che rimane di uno spazio civico eroso dall’interno dell’Unione stessa.Questa parabola ha un significato politico preciso. Quello che si era concepito come un processo costitutivo — la società civile organizzata come soggetto della democratizzazione europea — è diventato, per omissione e poi per reazione tardiva, un problema di resilienza. Il terzo settore non ha ottenuto lo Statuto che gli avrebbe dato soggettività giuridica transnazionale. Non ha ricevuto il pieno riconoscimento come attore di governance che il Libro Bianco prometteva. Ha vissuto invece, in molti paesi, il paradosso di essere finanziato da Bruxelles mentre veniva criminalizzato dai governi nazionali. La promessa della democrazia partecipativa europea, quella costruita sull’associazionismo e sulla solidarietà orizzontale, resta ancora oggi una delle potenzialità più significative — e meno sviluppate — dell’intero progetto di integrazione

Pubblicare oggi la Comunicazione del 1997 serve a questo: a ricordarci che l’alternativa esisteva. L’Europa aveva promesso una democrazia costruita sulla solidarietà orizzontale. Averla ridotta a una rissa tra “orticelli” è un fallimento politico che il Terzo settore sta pagando sulla propria pelle.

Riferimenti bibliografici e suggerimenti di lettura

1. Commissione europea, Comunicazione COM(1997) 241 final, 6 giugno 1997, «Promoting the role of voluntary organisations and foundations in Europe».
2. Dichiarazione n. 23 allegata al Trattato di Maastricht, 7 febbraio 1992, sulla cooperazione con le associazioni caritatevoli.
3. Commissione europea, «La governance europea — Un Libro Bianco», COM(2001) 428 definitivo, 25 luglio 2001.
4. Articolo 11 del Trattato sull’Unione Europea (versione consolidata), Trattato di Lisbona, 13 dicembre 2007.
5. Commissione europea, «Piano d’azione per la democrazia europea», COM(2020) 790 final, 3 dicembre 2020.
6. Commissione europea, Rapporti annuali sullo Stato di diritto nell’UE, pubblicati a partire dal 2020 (COM(2020) 580 final e seguenti).
7. Parlamento europeo, Risoluzione del 24 febbraio 2022 sullo shrinking space for civil society in Europe, A9-0032/2022.
8. Commissione europea, «EU Strategy for Civil Society — Support, Protect, Empower», 12 novembre 2025. Adottata congiuntamente allo European Democracy Shield. 
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