Cesiav APS e le sue origini

Da un'eredità consolidata, una nuova missione

Cesiav Aps — Centro studi e iniziative per l’associazionismo e il volontariato — è un’associazione di promozione sociale che raccoglie e rilancia l’eredità di un lungo percorso istituzionale. Le sue radici affondano nel Cesiav storico, un’organizzazione di volontariato (ODV) fondata nel 1996 da tre grandi associazioni nazionali — Anpas (Associazione nazionale pubbliche assistenze), Arci (Associazione ricreativa culturale italiana) e Auser (Associazione per l’autogestione dei servizi e della solidarietà) — e attiva fino al 2013. Cesiav Aps ne prosegue le finalità in una forma rinnovata: non più un’associazione di organizzazioni nazionali, ma una realtà aperta a persone e organizzazioni di carattere locale, capace tuttavia di operare su scala nazionale.

Le radici: una stagione di impegno e innovazione

La storia che ha portato alla nascita del Cesiav storico inizia molto prima del 1996. Guido Memo, attuale direttore di Cesiav Aps e già direttore del Cesiav storico, dagli anni ottanta si è occupato, come ricercatore del CRS, allora presieduto da Pietro Ingrao), di formazione politica e alla cittadinanza. Tra il 1983 e il 1993 ha promosso e curato una serie di ricerche sulla formazione alla cittadinanza attiva in Italia e nei paesi dell’Unione Europea, sfociate in iniziative nazionali che coinvolsero partiti, sindacati e — soprattutto — il mondo dell’associazionismo e del volontariato.

Un primo momento di sintesi si ebbe tra il 1993 e il 1994, quando per impulso del CRS (Centro Studi e iniziative per la riforma dello Stato), del CSA (Centro sociale ambrosiano, il Centro di formazione della Diocesi di Milano) e della Convol (Conferenza permanente dei presidenti delle associazioni di volontariato), Memo coordinò presso il CNEL un lavoro collettivo delle più significative espressioni dell’associazionismo italiano. Il risultato fu la Carta d’intenti dell’associazionismo e del volontariato per la crescita della cultura della partecipazione e della solidarietà, approvata il 3 giugno 1994 nel Forum su formazione e ricerca nel Terzo settore. In quella stessa occasione fu dedicata una sessione specifica all’avvio dei Centri di servizio per il volontariato.

I Centri di servizio per il volontariato: un'innovazione legislativa

I Centri di servizio per il volontariato rappresentano una delle innovazioni più significative introdotte nella legislazione italiana riguardanteil Volontariato del secondo Novecento. Previsti dall’art. 15 della legge quadro per il volontariato n. 266/91, sono strutture dedicate al sostegno e allo sviluppo delle organizzazioni di volontariato, finanziate da fondi speciali regionali alimentati allora da «una quota non inferiore a un quindicesimo» dei proventi delle Fondazioni bancarie sorte dalle Casse di risparmio e dagli Istituti di credito di diritto pubblico.

Per la prima volta nella storia legislativa italiana, veniva riconosciuto un sostegno concreto alle organizzazioni democratiche dei cittadini, proporzionato al lavoro da esse effettivamente svolto: supporti formativi e informativi capaci di accompagnarne la crescita. Un modello senza precedenti nel contesto italiano — a differenza di quanto accadeva da tempo in altri paesi del Centro-Nord Europa — e che andava ben oltre il perimetro del volontariato, toccando le basi stesse della partecipazione civica. Come è noto, la solidità delle istituzioni pubbliche non si costruisce solo attraverso riforme elettorali o istituzionali, ma poggia soprattutto su un rapporto di fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni e su una partecipazione diffusa alla vita pubblica e sociale.

La fondazione del Cesiav storico e l'avvio dei Centri di servizio

Tra il 1994 e il 1995, un Gruppo di lavoro interassociativo dedicato ai Centri di servizio avviò un’intensa attività organizzativa, culminata nel seminario promosso dall’Osservatorio nazionale per il volontariato presso la FIVOL IFondazione Italiana per il Volontariato) il 12-13 luglio 1995. Ne uscirono le Proposte per la realizzazione dei Centri di servizio, elaborate dai rappresentanti delle principali associazioni nazionali, che assunsero una preziosa funzione di indirizzo. Protagonisti di questo percorso furono, tra gli altri, Umberto Giella e successivamente Miriam Ducci per Anpas, Maurizio Mumolo per Arci, Antonio Mazzetti per Auser, e Guido Memo.

Nel luglio del 1995, a Firenze, le tre associazioni sottoscrissero un protocollo d’intesa per lavorare unitariamente all’avvio dei Centri. Su quella base, nel gennaio del 1996, venne fondato il Cesiav storico, con la partecipazione delle stesse persone e dei presidenti nazionali delle tre associazioni: Luciano Dematteis (Anpas), Giampiero Rasimelli (Arci) ed Elio D’Orazio (Auser).

Dal 1996 al 2012, il Cesiav storico svolse un’azione capillare di informazione e consulenza verso associazioni, Regioni, Enti locali e Comitati di gestione dei fondi speciali, operando in quasi tutte le regioni italiane — dalla Liguria alla Sardegna, dal Piemonte alla Puglia — e contribuendo direttamente alla progettazione dei Centri di servizio in numerosi territori.

Vanno ricordate anche le fruttuose collaborazioni con la Lega delle Autonomie locali (nella persona di Leda Colombini) e con Federsanità-ANCI (nella persona di Natale Mengozzi), che portarono a convegni nazionali e a importanti iniziative congiunte. Decisivo fu il seminario del 5 luglio 1996, organizzato insieme alla Conferenza permanente dei presidenti delle Regioni e a Federsanità-ANCI, al quale parteciparono il Presidente della Conferenza delle Regioni Giancarlo Mori e la Ministra per la Solidarietà sociale Livia Turco. Da quell’incontro nacque la proposta — accolta dalla Ministra — di costituire un gruppo di lavoro per la revisione del DM 21.11.1991, del quale fecero parte tra gli altri Luciano Dematteis e Guido Memo. Le modifiche proposte trovarono in parte attuazione nel DM 8.10.1997 per la istituzione Centri di servizio al volontariato (in seguito CSV).

Dal 1997, su decisione dell’Osservatorio nazionale per il volontariato, il Cesiav storico assunse anche il compito di condurre l’Analisi e monitoraggio sull’avvio dei Centri di servizio in Italia, dapprima attraverso una convenzione con il Dipartimento degli Affari sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, poi — fino al 2007 — con Csvnet, il Coordinamento nazionale tra i CSV, la cui nascita Memo aveva contribuito a promuovere a partire dal 1998.

Oggi: Cesiav Aps e i suoi obiettivi

I Centri di servizio per il volontariato sono ormai una realtà consolidata, profondamente rinnovata dalla Riforma del Terzo Settore. Cesiav Aps si propone oggi di offrire consulenza ai CSV esistenti e di portare avanti studi e ricerche sulla partecipazione e la sussidiarietà, in linea con il principio sancito dall’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.»

Un principio che Cesiav Aps considera non solo un riferimento normativo, ma la bussola stessa del proprio impegno.

Un Manifesto per il Cesiav

È oggi necessario un lavoro di approfondimento, elaborazione culturale e politica sulle strategie di sviluppo del Terzo settore

 Di Guido Memo

Il Terzo settore (da qui in avanti TS) nelle sue diverse componenti conosce da anni una continua e intensa crescita nel nostro paese ed è spesso già oggi un punto di riferimento di importanti processi di innovazione, ma ancora soffre di diverse forme di infantilismo, politico e gestionale, è spesso diviso, litigioso, non all’altezza del ruolo a cui aspira.

(…) Per precisare meglio quali sono le questioni a cui penso, svolgo brevemente e sinteticamente un ragionamento che prende a confronto un soggetto sociale importante del ‘900, il movimento dei lavoratori (o il movimento operaio che dir si voglia, dove con il termine “operaio” non si intendono semplicemente i lavoratori dipendenti manuali), questo perché mi paiono utili delle comparazioni per comprendere la fase che stiamo attraversando, e lo farò con i termini e la cultura che è stata propria di quel movimento.

Il TS è un fenomeno sociale in continua crescita (lo testimoniano le comparazioni con tutti i paesi più sviluppati) e che in Italia ha, anche quantitativamente, molta strada da fare. Il “privato sociale” o il “pubblico sociale” rappresentano un’alternativa storica al socialismo dirigista nelle sue diverse versioni del ‘900 (che si trattasse del socialismo autoritario di tipo sovietico “dove la società civile era primordiale e gelatinosa(1)” o dello “stato sociale” socialdemocratico o delle politiche keynesiane, in tutte le versioni si tratta del tradizionale Stato, più o meno autoritario e diretto dall’alto), che interviene dall’esterno e al di sopra dei processi sociali regolandoli, un welfare state che non riesce, non a caso, ad andare oltre un meccanismo essenzialmente di carattere redistributivo. E’ uno Stato che ha conosciuto momenti di democratizzazione soprattutto attraverso le organizzazioni corporative di massa (i sindacati) e attraverso i “partiti democratici di massa”, strutture certamente di partecipazione democratica, ma anch’esse dirette fortemente dall’alto e che riproducevano nel campo politico il modello fordista della produzione industriale di massa, non siamo cioè ancora a una democrazia economica e sociale nel cuore stesso dei processi sociali.

Se l’alfabetizzazione di massa dell’’800/’900 (con le necessarie differenze tra Stato e Stato, anche in Europa) permette la nascita dei “partiti democratici di massa”, con la scolarizzazione di massa di carattere superiore il ‘68/’69 decreta la morte di quei partiti. È l’inizio della fine, è una spinta sociale che rivitalizza le pratiche sociali e il sistema politico, ma quest’ultimo si rivela non in grado di reggere quella spinta di partecipazione consapevole e “in prima persona”. La necessità poi di uno Stato non semplicemente redistributivo, ma che sia in grado di dirigere e coordinare processi sociali sempre più complessi e articolati (uno Stato che come sempre non dobbiamo intendere come ridotto alle sole istituzioni pubbliche, ma come società civile + società politica”), dà il colpo di grazia a quel sistema politico e istituzionale.

Il TS, il “privato sociale” o il “pubblico sociale”, la cittadinanza attiva, la sussidiarietà, l’economia solidale, l’economia “non per profitto” (dove i fini dell’ente sono quelli sociali e non l’accumulo di denaro; il valore d’uso, non quello di scambio) di contro a quella “per il profitto”, sono le forme sociali attraverso le quali faticosamente stiamo cercando la fuoriuscita dalla crisi delle forme di regolazione sociale attuate dall’alto (che nel vuoto politico attuale ora tendono ad assumere una forma cesaristica).

Ammesso che il TS abbia dentro di sé il meccanismo regolatore del futuro, questo non avviene automaticamente. Solo nell’ambito di una visione deterministica e meccanica si può pensare una cosa simile. In realtà, gli uomini per agire hanno bisogno di capire e di scegliere attraverso una loro visione del mondo; scelgono cioè non a partire dalla realtà oggettiva, ma dalla loro visione di questa realtà, dalla loro cultura, scegliendo tra diverse alternative di sviluppo e organizzazione sociale. Basta guardare alla storia italiana e al caso del movimento dei lavoratori: esso non ha avuto tanto un ruolo determinante dove era quantitativamente numeroso, ma dove ha trovato una cultura favorevole per affermarsi: le “regioni rosse” in Italia erano più regioni di braccianti e mezzadri che di operai industriali, con una cultura civica favorevole, come direbbe Putnam(2); la mia Lombardia ha avuto, e credo tuttora abbia, le provincie con il più alto numero di lavoratori dipendenti manuali d’Italia, come quella di Varese, ma di certo non è mai stata una “regione rossa”; si potrebbe proseguire con la classe operaia Usa che non superò mai una coscienza economico/corporativa ed è stata certamente un soggetto economico/sociale, ma non politico, come noi vorremmo che fosse il TS.

Insomma, la costruzione di un nuovo soggetto sociale e politico è un fenomeno sociale piuttosto complesso che non è dato spontaneamente: ci vuole una base sociale e ci vogliono gli (i suoi) intellettuali, ha le sue modalità nel rapporto tra teoria e pratica, tra società della conoscenza e pratica sociale (Gramsci in proposito parlava di “blocco storico” tra una base sociale espressione di rapporti sociali avanzati nella società e una cultura, una strategia di lungo periodo capace di creare un soggetto sociale e politico che abbia una prospettiva storica. Può avere prospettiva storica perché non è un semplice movimento che si aggrega intorno a una questione, sia pur rilevante, ma perché ha alla base un processo sociale strutturale che gli garantisce lunga vita (e nel caso del TS anche una crescita di cui è però ora difficile stabilirne l’entità), e che solo se prende coscienza di un suo possibile ruolo può divenire effettivamente un soggetto sociale e politico. Per far ciò necessitano gli intellettuali capaci di esprimere organicamente quella base sociale: dando luogo a un “moderno principe”, a un attore sociale e politico che necessariamente è anche riformatore intellettuale e morale, che però non può essere quello fordista (che si chiami socialista, socialdemocratico, terzinternazionalista o comunista – dei tempi di Gramsci). La stessa questione della rappresentanza (del TS) in realtà è più complessa di quel che sembra: non è solo un problema di meccanismi democratici, di organizzazione/di regole/di leggi elettorali, è anche un problema di cultura, di valori etici, di progetti e programmi che danno uno sbocco e una possibile praticabilità sociale ai bisogni che si vuole rappresentare e soddisfare.

 Al fine di uscire da questa fase occorre un ampio lavoro formazione dei quadri da un lato e di diffusione della cultura della solidarietà alla base, al fine di rafforzare un’identità ancora debole del TS, al fine di fare del TS un soggetto sociale e politico, una forza di cambiamento e governo dei processi sociali.

Ma prima e contestualmente occorre favorire un processo di elaborazione collettiva, che guardi avanti ai processi di trasformazione di medio e lungo periodo: se si vuole essere forza di cambiamento occorre elaborare strategie di settore e generali comuni, attraverso un dibattito aperto e approfondito nello stesso tempo, che coinvolga gli attori sociali impegnati nel lavoro sociale e chi produce conoscenze scientifiche in materia.

Guido Memo

Roma 1 settembre 2009

 

1 «In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale», A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, 1978, Torino, pag. 866.

2R.D. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italianeMondatori, Milano 1993. Dopo quel lavoro pubblicato nel 1993 Putnam è tra coloro che più hanno lavorato sul concetto di capitale sociale.

Trent'anni sul campo: le attività del Cesiav Storico

I principi che animano il Cesiav — la sussidiarietà, la partecipazione attiva, il sostegno alle organizzazioni di cittadini — hanno trovato nel corso degli anni una traduzione concreta in centinaia di progetti, consulenze e percorsi formativi. Quello che segue è un racconto di quel lavoro: non un elenco di attività, ma la testimonianza di un metodo e di una visione.

Conoscere per agire: la ricerca e il monitoraggio

Fin dal settembre 1997, su incarico dell’Osservatorio nazionale per il volontariato presso il Dipartimento degli Affari sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Cesiav ha condotto il monitoraggio nazionale sull’avvio e il funzionamento dei Centri di servizio per il volontariato. Un lavoro sistematico, articolato in più fasi successive, che ha prodotto rapporti presentati in contesti nazionali di primo piano — a Firenze nell’ottobre 1997, a Bologna nel gennaio 1998, alla III Conferenza nazionale per il volontariato di Foligno nel dicembre 1998 — e che ha alimentato il dibattito e le scelte strategiche del coordinamento nazionale dei Centri.

La prima fase ha offerto un quadro d’insieme sull’avvio dei Centri in Italia: composizione e funzionamento dei Comitati di gestione  dei Fondi speciali per il Volontariato, regolamenti e bandi, caratteristiche delle diverse strutture istituite. La seconda ha spostato l’attenzione sul funzionamento concreto dei Centri e sui servizi erogati, con un approfondimento specifico sull’Emilia Romagna. La terza ha adottato un approccio qualitativo, concentrandosi sullo studio di alcuni Centri esemplari per ricavarne indicazioni utili allo sviluppo organizzativo e alla definizione dei modelli di servizio.

A queste attività si è affiancata una ricerca comparativa sulle strutture di promozione e qualificazione dell’associazionismo e del volontariato in Europa, svolta in convenzione con il Dipartimento degli Affari sociali, nonché ricerche su scala locale, come l’indagine sui bisogni delle associazioni di volontariato nella provincia di Imperia, realizzata per conto del Centro di servizio Cespim.

Costruire sul territorio: le consulenze organizzative

Parallelamente alla ricerca, il Cesiav ha sviluppato una intensa attività di consulenza organizzativa e progettuale, mettendo la propria competenza al servizio di associazioni, Centri di servizio, Regioni ed Enti locali in quasi tutto il territorio nazionale.

Sul piano normativo, ha contribuito alla progettazione di schemi legislativi in materia di Centri di servizio — tra cui il decreto ministeriale dell’8 ottobre 1997 — e alla definizione di protocolli di intesa e forme di collaborazione tra associazioni di volontariato ed enti locali, in particolare in Toscana.

Sul piano operativo, ha affiancato le associazioni di volontariato e i loro rappresentanti nei Comitati di gestione in dodici regioni — dalla Liguria alla Sardegna, dal Piemonte alla Puglia — per la definizione dei criteri dei bandi regionali di istituzione dei Centri. Ha inoltre progettato statuti e regolamenti per i Centri di servizio in Liguria, Piemonte, Lombardia, Toscana, Emilia Romagna, Marche, Umbria, Abruzzo, Lazio, Puglia e Sardegna, lavorando fianco a fianco con le principali associazioni nazionali e locali coinvolte: Anpas, Arci, Auser, Avis, Caritas, Agesci, Cnca e molte altre.

In alcuni casi la consulenza si è tradotta in un vero e proprio supporto all’avvio operativo dei Centri: è quanto avvenuto per l’AVM (Associazione Volontariato Marche), per il Cespim di Imperia e per il Centro di servizio della Basilicata “Integrazione territoriale”, tutti accompagnati nelle delicate fasi iniziali di costituzione e avvio delle attività.

Formare per emancipare: la formazione

La formazione ha sempre rappresentato per il Cesiav non un servizio accessorio, ma il cuore stesso della propria missione. La convinzione di fondo è semplice e radicale: solo la formazione permette alle associazioni di essere protagoniste consapevoli del proprio sviluppo.

Il modello adottato è quello della formazione attiva e partecipata: i corsisti non sono destinatari passivi di saperi predefiniti, ma risorse vive del processo formativo, coinvolte fin dalla fase di progettazione. La formazione non cala dall’alto metodi e contenuti: parte dall’esperienza concreta dei partecipanti, stimola la riflessione critica, favorisce processi di autoformazione e rafforza le capacità di iniziativa e cooperazione sul territorio.

Tra le attività più significative figura la collaborazione con il Cesvot, il Centro di servizio per il volontariato della Toscana, per cui il Cesiav ha progettato e realizzato una serie di corsi di formazione di base: dalla gestione e promozione delle associazioni alla comunicazione interna ed esterna, dall’educazione interculturale ai servizi alla persona. Corsi tenuti in diverse province toscane — Siena, Livorno, Arezzo, Massa Carrara, Firenze, Pistoia — con una partecipazione che ha spesso valicato i confini provinciali.

Su scala più ampia, il Cesiav ha promosso e gestito un progetto Adapt di riqualificazione professionale per il Terzo settore, finanziato dal Fondo Sociale Europeo e approvato dalla Regione Toscana e dal Ministero del Lavoro. Un percorso biennale rivolto a operatori e quadri dirigenti di Anpas, Arci, Auser e Avis, strutturato in cinque moduli — dall’analisi del contesto alla progettazione di interventi innovativi — con una metodologia centrata sul lavoro di gruppo, sulla ricerca-azione e sulla responsabilizzazione dei partecipanti.

Una dimensione europea

Il Cesiav ha sempre coltivato una prospettiva europea, convinto che il confronto con le esperienze degli altri paesi sia indispensabile per innovare le pratiche nazionali.

Membro del CEDAG (Comité européen des associations d’intérêt général), ha partecipato attivamente alle sue iniziative e ai tavoli di lavoro europei. Nell’ambito del progetto pilota sull’informazione sociale europea, promosso dalla DGX e dalla Rappresentanza della Commissione europea di Milano, ha svolto un’attività di informazione rivolta ai Centri di servizio e ai loro operatori, organizzando seminari regionali e nazionali. Ha inoltre condotto una serie di seminari in tutta la Toscana e nelle Marche — in collaborazione con Cesvot e AVM — dedicati al rapporto tra associazionismo e Unione Europea, nell’ambito del progetto Costruire l’Europa assieme.

Il partenariato con La Poste francese, nell’ambito del progetto Adapt, ha infine aperto una finestra comparativa sull’associazionismo d’oltralpe, arricchendo il bagaglio di conoscenze del Cesiav con un’esperienza di ricerca internazionale.

 

 

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